
“Per la salute mentale, troppo spesso cenerentola del sistema, potenzieremo i Dipartimenti e i servizi territoriali. Le famiglie che convivono con il disagio mentale non saranno lasciate sole: assistenza domiciliare, centri diurni, percorsi di sollievo devono essere effettivamente accessibili”. Con queste parole l’attuale Presidente della Regione Campania Roberto Fico si esprimeva sul tema della salute mentale in occasione dell’insediamento del nuovo Consiglio regionale nello scorso dicembre. Ma a che punto siamo in Italia, e in particolare in Campania, sul tema della salute mentale?
Il dato che restituisce al meglio le condizioni critiche in cui versano ancora oggi i pazienti psichiatrici è quello sulla mortalità. Recenti studi hanno dimostrato che i pazienti psichiatrici con disturbi mentali gravi hanno un’aspettativa di vita ridotta da almeno 10 e fino a 25 anni rispetto alla popolazione generale. Ne abbiamo parlato con il dott. Manlio Grimaldi, psichiatra ed ex direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl Napoli 3 Sud. «Il fatto che i pazienti psichiatrici abbiano un’aspettativa di vita di circa 20 anni in meno rispetto alla popolazione generale fa sì che i disturbi psichiatrici siano tra le patologie con il più alto tasso di mortalità. Questo per vari fattori, la maggior parte dei quali non strettamente inerenti alla stessa malattia.
Le cause di morte riconducibili alla patologia in quanto tale sono ascrivibili a condotte anticonservative e a stili di vita che spesso espongono a pericoli ed esitano in processi di marginalizzazione sociale. Questi processi determinano una stigmatizzazione così radicale e drammatica da precludere, talvolta, l’accesso ai servizi sanitari generalisti forniti, paradossalmente, da quello stesso Sistema Sanitario, che per carenza di risorse strutturali, organizzative, finanziarie, culturali, eroga prestazioni finalizzate prevalentemente al “contenimento della psicopatologia”. La penuria di strumenti sta riducendo nel tempo le attività di salute mentale ad attività puramente ambulatoriali, nelle quali il farmaco resta l’unico presidio veramente a disposizione dei curanti» dice Grimaldi.

«È evidente che la psichiatria ridotta a mero dispensario farmaceutico non può assolvere al compito della cura. Fare cura è innanzitutto risanare la frattura che si crea tra le persone affette da disturbo psicopatologico e la comunità. È a questa frattura che la riduzione dell’aspettativa di vita è innanzitutto legata. Per questo la terapia farmacologica può essere solo un facilitatore della cura che, viceversa, attiene al rapporto di queste persone con la comunità. È fondamentale che i percorsi di cura garantiscano a chi soffre per la propria condizione psicopatologica l’esercizio di tutti i diritti civili e l’accesso a tutti i mezzi di assistenza di cui ha bisogno. In questo momento noi scontiamo un gravissimo sottofinanziamento dei Servizi di Salute Mentale che impedisce il sostegno ai piani terapeutici indispensabili all’affrontamento di queste gravi condizioni di disagio» continua lo psichiatra. I dati sul sottofinanziamento per la salute mentale parlano chiaro.
In Italia, a fronte di una domanda in crescita, solo il 3,5% del Fondo Sanitario Nazionale è destinato a questo ambito, percentuale drammaticamente bassa se rapportata alla media dei Paesi Ocse, che raggiunge l’11%, e lontana anche dalla soglia minima consigliata del 5%. In questo quadro già critico la Campania si posiziona come fanalino di coda in Italia. I dati aggiornati al 2020 riportano che la percentuale regionale si abbassa al 2,1%, la più bassa in Italia. È necessaria, da parte delle istituzioni, un’inversione di tendenza tempestiva che garantisca ai soggetti affetti da disturbi psichiatrici la tutela del diritto alla vita.
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