
La dieta mediterranea, riconosciuta a livello internazionale come uno dei modelli alimentari più equilibrati e sostenibili, sta diventando sempre meno accessibile in Italia. Tra il 2021 e il 2024 il costo dei panieri alimentari che la rappresentano è aumentato fino al 20%, secondo uno studio condotto dall’Università di Pisa. Un incremento che non è distribuito in modo uniforme sul territorio, e che apre una riflessione su un tema cruciale: quello dell’accesso economico a un’alimentazione sana. Il quadro nazionale mostra infatti dinamiche diverse tra Nord e Sud. Se nelle aree settentrionali i prezzi medi risultano più elevati, nel Mezzogiorno emerge una criticità diversa ma altrettanto rilevante: la minore disponibilità di prezzi bassi. In altre parole, nel Sud Italia è più difficile accedere alle fasce economiche più convenienti della spesa alimentare, con effetti diretti sulle famiglie con redditi più bassi.
In questo contesto, la Campania rappresenta una delle regioni più esposte. Le famiglie destinano in media circa 614 euro al mese alla spesa alimentare, pari a circa il 27% del budget complessivo, il valore più alto in Italia. Un dato che restituisce un’elevata dipendenza del bilancio familiare dal costo del cibo e una minore capacità di assorbire gli aumenti. I rincari colpiscono soprattutto i prodotti alla base della dieta mediterranea: frutta e verdura registrano aumenti fino al +7%, mentre pane, pesce e altri beni essenziali seguono lo stesso andamento.
A Napoli e nel resto della regione, la pressione è amplificata dall’inflazione generale e dall’aumento dei costi energetici, che si riflettono lungo tutta la filiera. Le stime indicano un incremento medio di oltre 100 euro annui solo sulla spesa alimentare per famiglia, con un impatto che porta molte famiglie a rivedere quantità e qualità degli acquisti. Il risultato è un progressivo adattamento delle abitudini alimentari al prezzo, più che alla qualità nutrizionale.
A risentire maggiormente di questa dinamica sono i giovani, già esposti a condizioni di reddito più instabili e spesso più basse. Il caro-spesa rischia di accelerare un processo già in corso: la distanza dal modello della dieta mediterranea, sostituito in parte da scelte alimentari più economiche e meno equilibrate. Già prima della fase inflattiva, una quota di giovani italiani mostrava una scarsa regolarità nel consumo di frutta e verdura. Con l’aumento dei prezzi, questa tendenza rischia di rafforzarsi soprattutto nelle aree del Sud, dove il peso della spesa alimentare sul reddito è più elevato.
Il confronto tra Nord e Sud evidenzia un divario che non riguarda solo il livello dei prezzi, ma soprattutto le condizioni di accesso alla spesa alimentare. Nel Nord Italia i prezzi medi dei panieri risultano più elevati, ma la maggiore presenza della grande distribuzione e una concorrenza più sviluppata permettono più facilmente di intercettare offerte e fasce di prezzo basse.
Nel Mezzogiorno, invece, il problema si sposta sulla minore disponibilità di queste opportunità: i prezzi minimi risultano spesso più alti, rendendo più difficile contenere la spesa quotidiana. A questo si somma un elemento strutturale decisivo, cioè il minor livello medio dei redditi, che amplifica l’impatto degli aumenti e riduce la capacità delle famiglie meridionali di assorbire anche variazioni di prezzo relativamente contenute.
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