
La storia di una donna che cambia sesso negli anni ‘40, quella di un matematico anarchico morto giovane suicida e quella di una presunta spia giapponese nascosta dalla dicitura ‘suddito cinese’. Sono solo alcune delle vicende racchiuse tra le mura dell’ex manicomio Leonardo Bianchi di Napoli. Abbiamo incontrato la direttrice del Polo Archivistico Sanitario del manicomio, la dottoressa psichiatra Anna Sicolo, che ci ha raccontato anche come sia nata l’idea del libro “Parlatori Politicus. Suddito cinese non identificato”. Il libro, a cura dell’artista Yvonne De Rosa, prova in parte a far riemergere vicende che sembravano destinate all’oblio e che ci fanno riflettere su come sia cambiata la percezione nei confronti della sanità mentale nel corso dei decenni.
L’Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli è stato uno dei manicomi più estesi d’Italia con i suoi 220mila mq di estensione. Aperto nel 1909, con la Legge Basaglia del 1978 si avviò verso la sua lenta chiusura. La dottoressa Sicolo, dirigente della Direzione Sanitaria del “Manicomio di Capodichino”, ricorda di quando venne chiuso nel 2002: «Liberati i pazienti, che erano stati trasferiti D’altronde è questo il tratto distintivo della fotografia di Yvonne De Rosa, docente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli che nel 2016 ha fondato a Napoli i celebri Magazzini Fotografici. nelle strutture territoriali destinate al loro reinserimento nel tessuto sociale di origine, restava questo scheletro vuoto. Per me però era pieno di un patrimonio inestimabile: quello di 60mila cartelle cliniche. Allora chiesi e ottenni la direzione del nascente Polo Archivistico Sanitario».
Poi, circa 10 anni fa, un altro avvenimento cambia ancora la storia di questo luogo: «Trovammo aperto il cancello di un padiglione che dagli anni ’60 era stato chiuso. Abbiamo trovato immagini sui muri che ricordavano “i tatuaggi studiati da Lombroso”: la scritta ‘Dio è morto’ stava nei bagni con una croce terribile che gocciolava, così come le scritte ‘Parlatori Politicus’ (che dà il nome al progetto, ndr) e ‘Dio è politico’». Queste manifestazioni erano espressioni dell’alienazione che vivevano gli internati: «La loro vita era un percorso di 70/80 metri e, per di più, non sapevano se sarebbero mai usciti. E allora, cercavano di espandersi fino ai confini della loro libertà che erano le pareti della cella, tatuandole con i simboli descritti».
Ma non è tutto. Emblematico, all’interno del libro “Parlatori Politicus”, si rivela essere il caso del cosiddetto “suddito cinese”. Una storia che, per quanto «definirla “centrale” su un totale di circa 60mila cartelle – ha precisato la Sicolo – sarebbe del tutto arbitrario», si rivela in grado di restituire un autentico spaccato dell’Italia del Novecento. La scoperta di questa cartella fu del tutto fortuita: «Mentre ero impegnata a consultare la documentazione custodita nell’ex manicomio, un fascicolo precipitò improvvisamente dagli scaffali, aprendosi sul pavimento». Un momento che ha dato avvio ad una ricerca destinata ad alimentare interrogativi rimasti ancora aperti. Una complessità che deriva anche dal periodo storico al quale risale questa cartella, uno dei più controversi dell’intera storia europea: gli anni Quaranta. Ed è alla luce di questo che la Sicolo ha maturato un confronto con l’autrice del libro, Yvonne De Rosa. «Chi poteva mai essere questo individuo portato dai servizi segreti inglesi, e poi accompagnato dagli statunitensi? Perchè ha vissuto per circa 12 anni tra le mura del Leonardo Bianchi e, nonostante il direttore del manicomio avesse più e più volte ribadito che si trattava di un giapponese, si è continuato a identificarlo come cinese?». Da qui, l’ipotesi che questa errata registrazione possa essere stata il risultato di una scelta deliberata, legata alle esigenze e alle tensioni di quegli anni.
Eppure, il valore di questa storia è ben più ampio: si trasforma in un’occasione per riflettere su come la società continua a guardare alla salute mentale. Se da un lato, infatti, è cresciuta la sensibilità nei confronti del disagio psichico, dall’altro persiste il rischio di affrontarlo senza una reale conoscenza delle sue cause. «È errato – prosegue la dottoressa – negare o banalizzare una patologia. È piuttosto necessario affrontarla con lo stesso rigore riservato a qualsiasi altra condizione clinica». D’altronde, il malato mentale «è un paziente come tutti gli altri», e proprio per questo merita un approccio multidisciplinare, in grado di valutare gli aspetti biologici, psicologici e sociali che concorrono alla sua condizione clinica.
Si rivela, dunque, fondamentale liberarsi da qualunque lettura semplicistica del disagio contemporaneo: «È imprescindibile interrogarsi sulla natura del disagio psichico che ci si ritrova ad affrontare – se di natura sociale oppure Yvonne De Rosa biologica». Ed è forse questa una delle lezioni più importanti che si possono trarre dalle cartelle cliniche del Leonardo Bianchi. Non si tratta, infatti, di semplici documenti d’archivio o di testimonianze di un passato controverso, ma piuttosto di frammenti di umanità che non cessano mai di interrogare il presente.
di Luca De Matteis e Alessandro Giuseppe Terracciano
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