
«Un inno all’amore, nel senso più ampio della sua accezione. È magia e stupore. È un luogo meritocratico dove potersi donare tutti con la stessa visibilità e dove ogni spettatore può specchiarsi negli occhi della passione, dell’urgenza, del sacrificio, della sofferenza e della gioia di stare al mondo di ognuno di noi, ‘tenendoci per mano’ sempre e per sempre»: tutto questo è “Dignità autonome di Prostituzione”. A parlare è Luciano Melchionna regista e autore, insieme a Betta Cianchini, dello spettacolo più celebre di tutto il territorio campano, ma soprattutto napoletano. Detta anche “La casa chiusa dell’arte”, questo format teatrale è tra i più singolari in assoluto: gli attori sono alla completa mercè degli spettatori e, per ogni performance, vengono pagati in “dollarini”, vendendo i loro monologhi e la loro arte. Un format che ha ben 16 anni di vita, ma che riesce costantemente a rinnovarsi.
«DAdP è la mia evoluzione personale –afferma Luciano Melchionna–,è la mia zona franca, cresce con me e tra un paio d’anni sarà finalmente ‘maggiorenne’. In DAdP ho sempre trasferito le mie emozioni, le mie preoccupazioni, le mie convinzioni, la mia gioia e la mia tristezza, annusate nell’aria e scovate negli occhi di ogni incontro quotidiano, attraverso la cerimonia d’apertura spettacolare, i monologhi che scrivo alacremente e la festa della Vita finale. Non a caso di anno in anno ho sempre rinnovato tutto, aggiungendo continuamente anime rare e artisti di talento al nutrito gruppo dei miei amati Dignitosi». Uno spettacolo che, in 16 anni, ha fatto rivivere tantissimi teatri, occupando spazi e riempendo sale e che, da due anni a questa parte, è rappresentato a Castel Sant’Elmo: una scelta vincente, non solo per l’ampiezza, ma anche per il fascino di un luogo da cui si può ammirare tutta Partenope.
«Dopo la pandemia –continua Melchionna–, con le mie due produzioni, Ente Teatro Cronaca e Teatro Bellini, cercavamo un luogo simbolico dove poter ricominciare ad issare la bandiera della Dignità e abbiamo avuto la fortuna di essere accolti a braccia aperte dalla Direzione Regionale Musei Campania nel meraviglioso Castel Sant’Elmo che domina dall’alto la città con uno sguardo amorevole e una veduta mozzafiato. La sua storia e il suo fascino aggiungono un valore incommensurabile alle mie storie e al percorso degli avventori nella Bellezza». Uno spettacolo “insolito” che tantissime persone rivedono anche per più volte di seguito poiché non si riescono a vedere tutte le performance in una sola sera. Tantissimi sono i monologhi e le tematiche affrontate, che aprono i cuori e fanno vivere le emozioni: sono vita, sono teatro. «Se il teatro è specchio della vita, quest’ultima io la racconto in tante piccole stanze con piccole enormi storie di tutti i giorni che spezzano il cuore, a volte, ma aiutano a riflettere, a lasciarsi andare ad una lacrima o ad un sorriso fino alla catarsi. Le emozioni, l’unico vero “divertimento” a mio avviso su questa terra, aprono la mente e scardinano le gabbie che spesso costruiamo intorno ai nostri cuori. Tutto questo, cercando di ricordare al nostro paese il valore infinito della conoscenza, dell’arte, del teatro in ogni sua forma, della cultura troppo spesso poco considerata e tutelata, pur essendo il nostro patrimonio più grande» conclude il regista.


Ma l’arte ha bisogno di prostituirsi, oggi? «L’arte ha bisogno della libertà e dell’autonomia per non essere costretta a prostituirsi più, mai più, se non per scelta. Per questo io e Betta Cianchini abbiamo pensato di creare una casa “chiusa e protetta” affinché la nostra provocazione, tutt’altro che gratuita, potesse nel suo piccolo risvegliare le coscienze» afferma Melchionna, che continua parlandoci della sua visione rispetto al panorama artistico attuale.
«Non ho una sola visione – continua –, in realtà, ne ho ben più di una in quest’epoca del tutto e del contrario di tutto con lo stesso peso, purtroppo. Credo, ad esempio, ci siano nuovi linguaggi interessanti, certo (e che respiro di sollievo quando li incontro) ma credo anche che troppo spesso ormai si sia perso l’abc, non si conosca la grammatica basilare dello strumento artistico e si cerchi soltanto l’effetto gratuito pur di colpire la platea, tassativamente con nomi televisivi pur di vendere al botteghino (e spesso non è neanche vero): una schiavitù questa che da decenni ormai sta imbrigliando il teatro in un percorso già tracciato e assimilato da un pubblico assuefatto e costretto ad accontentarsi per mancanza di alternative. C’è bisogno di meritocrazia, in questo paese, c’è bisogno di libertà e di sostegno all’arte affinché le voci nuove e i possibili ricami lucidi e profetici possano tornare a risuonare nelle teste della gente che altrimenti tornano indietro invece di andare avanti, e questo è molto pericoloso».
Libertà e sostegno all’arte, soprattutto in una Napoli emergente che vuole affermarsi con tutte le sue forze e le sue originalità. «Il fermento napoletano è unico al mondo, inutile negarlo. In Italia siamo pieni di artisti strepitosi ma il concentrato che incontro e che mi ricarica in questa città la rendono ai miei occhi regina della comunicazione esilarante e struggente insieme, della voglia di esprimere ed esprimersi senza piegare la testa sotto alcun giogo. I giovani artisti così come i loro predecessori hanno in comune il coraggio di dire e di darsi senza risparmio alcuno, convinti come me che anche una sola voce o un piccolo gesto possano salvare il mondo» conclude Luciano Melchionna.
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