
Dal 3 al 9 ottobre Amnesty International, in solidarietà con le proteste pacifiche in Iran, è scesa in numerose pizze italiane chiedendo rispetto dei diritti umani. La protesta intende contrastare la violenza e la discriminazione sociale del regime di Khamenei soprattutto nei confronti delle donne.
Dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane deceduta in un carcere di Teheran in seguito al suo arresto per non aver coperto integralmente i suoi capelli, ad oggi sono almeno 185 le vittime in Iran. Di queste 19 sono minori per la morte della giovane e per le altre vittime che sono seguite. Lo riferisce l’ONG con sede a Oslo, Iran Human Rights (Ihr).
Domenica 9 ottobre in piazza Ruggiero a Caserta, Amnesty Caserta ha avviato una raccolta firme per salvaguardare in particolare i diritti delle donne. Questo presidio ha avuto il compito di sensibilizzare i cittadini sulla difficile e delicata situazione in Iran, protestando pacificamente per tutelare i diritti delle donne ad oggi calpestati dal regime repressivo iraniano.
L’organizzazione ha anche promosso un appello globale, che in Italia ha già raccolto oltre 36.000 firme per chiedere alle autorità iraniane il rispetto del diritto di protesta pacifica.
Ma proviamo a fare chiarezza sulla causa di tanta repressione nei confronti delle donne da parte del governo iraniano. Ad aiutarci sono le parole della moglie dell’ex scià di Persia, Farah Diba, in un’intervista ad un settimanale francese: «Khomeini è sempre stato ossessionato dalle donne. In Iran non hanno il diritto di cantare, di ballare, di andare in bicicletta, allo stadio o studiare a scuola all’interno di classi miste. Non possono nemmeno lasciare il proprio Paese senza l’autorizzazione di un uomo, e la sua dottrina ancora resiste». Farah Diba rammenta una storia che non è mai cambiata, che allunga le sue radici fino a oggi. Una storia ispirata da una dottrina impermeabile e radicata come quella disegnata dallo storico ayatollah sciita, padre dell’attuale Repubblica Islamica.
Nel paese si è approvato l’estate scorsa il progetto “castità e hijab” che sostiene la necessità di nuove misure repressive per imporre il velo integrale a tutte le donne e l’istituzione di centri rieducativi per chi non osserva le ferree regole religiose. Tutto questo con l’obiettivo di “fermare la perdita di influenza ideologica del regime e il suo controllo sulla società”. In altre parole il regime vuole fermare una suddetta minaccia che il resto del mondo chiama progresso.
L’importanza di manifestazioni come quelle di Amnesty International risiede proprio nella sensibilizzazione di tutti i cittadini con lo scopo di far arrivare un messaggio forte di protesta ai governatori iraniani con la speranza di un rapido cambiamento e miglioramento della situazione delle donne dell’Iran.
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