
A otto anni dal voto della Gran Bretagna, era il 23 giugno 2016, per uscire dall’Unione Europea, la Brexit, si rivela un vero e proprio “disastro economico“. Il mercato torna a fiutare paura e Londra, rappresenta l’epicentro della crisi. Infatti, Sadiq Khan, sindaco di Londra, l’ha spiegato senza troppi giri di parole. «La Brexit è un disastro per il Regno Unito – ha sottolineato il sindaco -. Sono stati persi due milioni di posti di lavoro, la metà dei quali nella finanza e nelle costruzioni (le due fondamenta dell’economia britannica, ndr)».
«La Brexit è causa primaria dell’inflazione – ha sentenziato la Bce in un report -. Quindi della crisi del costo della vita, che non finisce perché l’inflazione sta scendendo più lentamente che altrove. La Brexit è un fattore negativo sul commercio britannico e contribuisce a una caduta nell’offerta di lavoro, fattori che pesano sulle prospettive di crescita a lungo termine del Regno Unito».
Com’è stato possibile un disastro simile? Semplice: l’economia britannica sta soffrendo e la colpa è, indubbiamente, la Brexit, anche se molti faticano a parlarne o mettere in discussione nel Regno Unito. Che le cose non vadano bene lo dimostra un rapporto di Cambridge Econometrics: nella città sono stati persi 290mila posti di lavoro, l’economia si è ridotta di 30 miliardi e il londinese medio guadagna 3.400 sterline l’anno in meno. Per l’intero Paese il mancato guadagno è di 2mila sterline e il costo dello sganciamento dall’Ue è di 140 miliardi. In sintesi: il Regno Unito ha una grave emergenza di posti di lavoro vacanti, con troppe posizioni che non si riescono ad occupare, specialmente in settori come la sanità pubblica, i trasporti, la ristorazione e la vendita al dettaglio.
I nodi così stanno venendo al pettine: «L’export dei servizi finanziari verso l’Ue – ha confermato Ben Laidler, “strategist” di eToro, comunità di investitori con 34 milioni di iscritti – è crollato del 15% e il flusso degli investimenti verso il Paese è sceso del 10%. La Gran Bretagna non è più la porta d’ingresso verso l’Europa».
Il dado è tratto: un sondaggio della Camera di Commercio britannica su 1.100 imprese, il 77% di quante commerciano con l’Ue afferma che la Brexit non le ha aiutate a espandere l’attività.
“Le conseguenze della Brexit possono essere mitigate solo se abbiamo un approccio maturo nei confronti di questa situazione e ci avvicineremo sempre di più ai nostri vicini europei – ha aggiunto drasticamente il sindaco Khan -. Inoltre, abbiamo bisogno di migranti. Io non sono d’accordo con la politica delle frontiere aperte o di una immigrazione incontrollata. Allo stesso tempo, l’immigrazione non è parte del problema, ma parte della soluzione”.
Il sindaco di Londra ha così concluso: “È un argomento che deve essere sostenuto da fatti, non da pregiudizi, anche perché in questo momento a Londra abbiamo gravi carenze occupazionali. Abbiamo bisogno dei lavoratori britannici ma anche di quelli stranieri”.
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