
A quindici metri di profondità, al largo di Sinuessa, l’Elixir Falernum torna a esser cullato dalle onde del mare. Si tratta della terza immersione di Elixir Falernum – la quarta per un liquore –, condotta dalla Distilleria Petrone, un unicum sul territorio mondragonese che affonda le proprie radici nel lontano 1858. Da anni a questa parte, la distilleria si contraddistingue sullo scenario nazionale e internazionale per la sua capacità di unire un prodotto enogastronomico alla valorizzazione della tradizione e, soprattutto, a una componente scientifica. Ne abbiamo discusso con Andrea Petrone, titolare dell’azienda e imprenditore.
In occasione del nuovo cantinamento subacqueo, tenutosi a fine luglio, l’azienda ha deciso di non tenere un evento, né di considerare questa nuova immersione a scopo scientifico: «Finalmente nel gennaio di quest’anno ci sono state delle pubblicazioni, in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli e il Dipartimento di Agraria. Ci sono dei risultati scientifici diversi: il prodotto sottomarino rispetto a quello che non lo è cambia; non dico che cambi in maniera migliorativa o meno, ma è un prodotto diverso. È stata la nostra soddisfazione, perché ci siamo riusciti». I risultati ottenuti saranno poi presentati il 25 settembre, in occasione dell’emersione del limoncello dai fondali di Napoli, al molo Beverello.

Oltre anche alla questione più prettamente scientifica, c’è anche una ripresa della tradizione vera e propria, della tecnica antica. Non è un processo inventato ex novo, ci spiega Andrea Petrone. L’azzardo risiede in due elementi: aver applicato il processo a un liquore, e non solo a un vino, e utilizzarlo per scopi scientifici. La Distilleria Petrone è, infatti, la prima azienda al mondo a compiere quest’operazione: «Altri l’hanno fatto col vino, anche con gli spumanti, ma ci si ferma all’aspetto mediatico: metto una bottiglia nel mare, è bella, ma non viene analizzata. Noi l’abbiamo fatto e, quando sono arrivati i risultati, ci siamo trovati con una pubblicazione scientifica inedita a livello mondiale. Era un rischio, ma io ero certo del risultato». L’idea nasce da una peculiarità della distilleria stessa: la presenza della musica nella bottaia, dalle otto di mattina alle otto di sera. «Le onde sonore generano una vibrazione che serve per velocizzare il procedimento, per aiutare gli elementi che costituiscono il liquore ad amalgamarsi». Solo con risultati scientifici concreti, inoltre, si può aprire la strada a una normativa che possa finalmente gettare le basi per una nuova disciplina a riguardo.
La cantina Petrone, con il forte impatto mediatico nazionale che ha riscosso negli ultimi anni, è riuscita a far aprire gli occhi su quella realtà che è Mondragone, anche se con i suoi ostacoli: primo fra tutti, la difficoltà nel riuscire ad associare un prodotto di qualità, riconosciuto anche al di là dei confini della Campania, a una città che sembra possedere più ombre che luci. «Ho tante email che elogiano i prodotti – ci racconta –, ma quando si parla di Mondragone chiedono: “ma voi siete nella Terra dei Fuochi?”. Io amo questo paese, ci sono tante brave persone. Siamo tutti amici e fratelli, ma quando bisogna unirsi questo viene a mancare»
Spesso, l’eccellenza mondragonese tende ad andare fuori, ad allontanarsi da un territorio che continua ad aver bisogno di nuovi input. «Io non voglio andarmene – ha ammesso – perché lo vedrei come un mio fallimento, anche se non è colpa mia. Indipendentemente dal nome che un’azienda porta, una persona deve cercare di mantenerla viva; non solo per le persone che ci lavorano, ma soprattutto per l’indotto». L’augurio, dunque, è che il futuro possa riservare sorprese migliori, e che gli imprenditori mondragonesi possano restare sul territorio senza sentirsi profeti inascoltati nella propria patria.
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