
Nella commedia dell’istruzione italiana, c’è un personaggio che torna sempre: il docente di sostegno non specializzato. Un eroe improvvisato, catapultato nel racconto senza una sceneggiatura precisa. Ma che importa? L’importante è che qualcuno sia presente in aula. Tanto, per molti, il sostegno è ancora percepito come un servizio in più e non come un diritto fondamentale degli studenti con disabilità.
I numeri non mentono: nell’anno scolastico 2023/2024 gli studenti con disabilità in Italia sono 359.000, pari al 4,5% degli iscritti. Un dato in crescita costante (+6% rispetto all’anno scorso, +26% rispetto a cinque anni fa), che dovrebbe spingere a una pronta organizzazione. Invece, il sistema educativo italiano si fa trovare senza un’adeguata risposta istituzionale.
Attualmente, oltre 66.000 docenti di sostegno non possiedono una specializzazione specifica. In pratica, parliamo di un esercito di insegnanti “di passaggio”, che spesso vengono assegnati a studenti con bisogni complessi senza le competenze adeguate. Sarebbe come mandare un idraulico a riparare un impianto elettrico: volenteroso, magari, ma decisamente inadatto al compito.
Chiunque conosca il mondo della scuola sa che il primo giorno di lezione assomiglia più a una lotteria truccata che a un’istituzione funzionante: qualcuno vince, molti restano a mani vuote. Ma qui non si tratta di premi di consolazione, si tratta del diritto all’istruzione, che dovrebbe essere garantito e non lasciato al caso. Il risultato? L’11% dei docenti di sostegno non era ancora stato assegnato a un mese dall’inizio dell’anno scolastico. Nel frattempo, famiglie e studenti restano sospesi.
Ma non è finita qui: anche quando un insegnante viene finalmente assegnato, la stabilità rimane un’utopia. Il 57% degli studenti con disabilità ha cambiato docente da un anno all’altro, e l’8,4% lo ha cambiato addirittura in corso d’anno. Una continuità didattica da record, ma al contrario. In questo modo ogni passo in avanti realizzato da questi ragazzi è messo a rischio, continuamente svilito.
Il Ministero ha cercato di porre rimedio alla carenza di docenti specializzati con i corsi di specializzazione INDIRE. Un’iniziativa da lodare? Si direbbe, ma i numeri non tornano. Nei prossimi due anni verranno messi a disposizione circa 82.000 posti, tra chi ha già maturato tre anni di servizio e chi li raggiungerà entro il 2025. Nei prossimi due anni saranno disponibili circa 82.000 posti per la specializzazione, riservati ai docenti che hanno già maturato tre anni di servizio e a quelli che li raggiungeranno entro il 2025. Tuttavia, il numero di insegnanti non specializzati supera già le 66.000 unità e continua ad aumentare a causa del turnover. Quindi, anche se il numero dei posti nei corsi di specializzazione sembra alto, potrebbe comunque non essere sufficiente. In pratica, è come se il Ministero stesse cercando di tappare una falla con una toppa che rischia di essere troppo piccola.
La realtà è che in Italia il diritto all’istruzione inclusiva viene trattato come una voce di bilancio su cui si può risparmiare. Troppi studenti con disabilità si ritrovano con insegnanti non specializzati, assegnati in ritardo e sostituiti con una frequenza assurda.
Il problema non è certo la mancanza di risorse, perché quando si tratta di finanziare guerre e armamenti i soldi saltano sempre fuori e il vincolo di bilancio non esiste. Il vero problema è l’assenza di una visione politica che metta al centro i più deboli. Studenti con disabilità e famiglie lasciati da sole, docenti precari senza formazione adeguata, una scuola pubblica che si regge sullo sfruttamento e sull’improvvisazione: tutto questo non è sfortuna, è una scelta politica precisa.
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