
“Perché, Signore? Che cosa ho fatto di male o di tanto eclatante per dover vivere così?”. Con queste parole, don Maurizio Patriciello ha ricordato – in un post toccante su Facebook – l’assegnazione della sua scorta. Non è un magistrato, né un politico. È un prete di frontiera, di quelli che non si nascondono. E che, proprio per questo, da novembre 2022 è costretto a farsi accompagnare ogni giorno da agenti armati.
Il 29 novembre 2022 un ordigno rudimentale esplode davanti alla chiesa di San Paolo Apostolo a Caivano, nel cuore del Parco Verde. È notte fonda. L’esplosione sveglia l’intero quartiere. Nessun ferito, ma il messaggio è chiarissimo: un’intimidazione. Un avvertimento. Don Patriciello non è nuovo a minacce e pressioni, ma quella bomba segna un punto di non ritorno. Da quel momento, lo Stato decide: scorta fissa.
Già dal 2013, in piena emergenza “Terra dei Fuochi”, don Maurizio aveva ricevuto minacce di morte per il suo impegno contro i roghi tossici e i traffici illeciti di rifiuti industriali in Campania. A quel tempo erano stati attivati protocolli di vigilanza e misure saltuarie, ma non una vera scorta continuativa. L’allarme fu alto, ma mai quanto dopo l’attentato del 2022. Oggi, sono quasi tre anni che vive sotto protezione. Tre anni di auto blindata, agenti al fianco, orari da rispettare, spostamenti monitorati. Tutto questo per un uomo che ha scelto di denunciare il male, semplicemente annunciando il Vangelo.
Don Maurizio Patriciello è parroco a Caivano, in una delle periferie più difficili d’Italia. Da sempre, combatte la camorra, la povertà, l’abbandono istituzionale, l’ignoranza e l’omertà. È diventato una voce ascoltata – anche se non sempre accettata – a livello nazionale. Negli anni ha denunciato la devastazione ambientale della Terra dei Fuochi, ha dato voce alle madri che piangevano i figli malati o morti per tumori, ha accolto donne vittime di violenza, ha raccontato il degrado del Parco Verde, senza mai fare un passo indietro.
Nel suo post, don Maurizio racconta con umanità ciò che spesso viene nascosto dietro i protocolli di sicurezza. Lo smarrimento iniziale, la preoccupazione della famiglia, la diffidenza reciproca con gli agenti, e poi l’amicizia. La condivisione quotidiana. Le confidenze. Le risate. Il Rosario. “Per i miei angeli custodi sono ‘la personalità’ da difendere. Non mi piace. Anche per loro sono e voglio essere prete“. Don Patriciello non accetta la logica della distanza. Costruisce relazioni, anche con chi lo protegge. E si preoccupa che a loro possa accadere qualcosa per colpa sua. Li ringrazia, pubblicamente. Li chiama “fratelli carissimi”.
La sua vicenda è lo specchio di una realtà che resiste: in alcune zone d’Italia, dire la verità mette a rischio la vita. E se a subirne le conseguenze è un prete che parla ai poveri e agli emarginati, la ferita si fa più profonda. La domanda che pone don Patriciello è dura e diretta: perché in Campania la camorra è ancora così radicata? Perché chi lotta per la legalità deve essere protetto invece che sostenuto da una società intera?
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