
Oggi ricorrono i 31 anni dall’omicidio di Don Peppe Diana, presbitero, scout e attivista anticamorra, ammazzato nella sagrestia della sua chiesa a Casal di Principe, per mano camorrista, il 19 marzo 1994.
Don Peppe Diana fu molto più di un semplice sacerdote. Grazie al suo attivismo, allo scoutismo e all’attività ecclesiastica, cercò nei suoi anni di missione, di mettere sotto la propria ala una comunità intera, quella di Casal di Principe, attanagliata, costretta e incarcerata dal cancro camorristico di cui il clan dei Casalesi allora era maggior esponente. Il suo non fu solo impegno spirituale, ma pratico; Don Peppe cercava letteralmente di “togliere i ragazzi da mezzo alla strada” come si suol dire, per metterli in cammino verso una vita migliore, lontano dal crimine, lontano dal sangue.
Nel Natale del 1991, in risposta agli omicidi e alle stragi dei clan che stavano insanguinando l’intera provincia casertana, scrisse, assieme agli altri parroci della zona, la lettera “Per amore del mio popolo non tacerò”. Un testo di denuncia, scandaloso per l’epoca, ma che colpì nel profondo l’animo dei cittadini e l’orgoglio dei mafiosi. Da li’, le minacce a Don Peppe, velate o meno, furono sempre più frequenti; se il prete anticamorra, attivo in politica, nel sociale, ovunque, non poteva essere fermato, doveva essere distrutto. Così il 19 marzo 1994, giorno di San Giuseppe, Giuseppe Quadrano entrò nella sagrestia della chiesa in cui Don Peppe celebrava messa, e gli sparò in fronte.

Ma non furono solo i colpi di pistola ad uccidere Don Peppe. Ad infangarne la memoria, o quantomeno a provarci, furono le calunnie e le menzogne che i giornali conniventi alla camorra scrissero su di lui nei giorni successivi. Don Peppe fu descritto dalle cronache locali come pedofilo, amante, infedele, criminale, camorrista. Nulla di tutto ciò era vero, ma l’obiettivo era chiaro: abbattere il sacerdote senza dare risalto alla notizia di una morte indebita, perchè in fin dei conti, Don Peppe sarebbe stato un buono a nulla, uno come loro; e invece no.
Nonostante l’impegno profuso da stampa e camorra per far annegare nel fango la storia di Don Peppe, sua madre, gli scout, gli amici e i suoi compagni di lotta, sono riusciti non solo a chiedere giustizia per quel prete ammazzato come un cane in una chiesa, ma a lasciare intatta la sua Memoria. Una Memoria che resta viva ancora oggi in tutti noi, e in tutti coloro che disprezzano il cancro mafioso e lo combattono quotidianamente.
La storia di Don Peppe ci insegna che sacrificare la propria vita per qualcosa in cui si crede, non solo è giusto, ma è l’unica cosa da fare, in un mondo dominato da violenza e ingiustizia.
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