
Ci si chiede, a volte, se la storia che ci è stata raccontata sia davvero completa. O se, piuttosto, non nasconda tra le sue pieghe interi mondi sommersi, voci deliberatamente messe a tacere. Una domanda che potrebbe trovare risposta visitando “Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento”, alle Gallerie d’Italia-Napoli, in mostra dal 21 novembre al 22 marzo 2026. Una mostra che non è solo una rassegna, ma una vera e propria contro-narrazione.
Vedete, il Seicento napoletano lo abbiamo sempre immaginato come un affare da uomini. Maestri della tela come Ribera o Caravaggio, viceré spagnoli, filosofi. Ma cosa accadrebbe se scoprissimo che quel secolo vibrante e drammatico fu plasmato anche da uno stuolo di donne – pittrici, mecenati, scultrici, intellettuali – la cui storia è stata, per secoli, negletta? Ecco, questa mostra fa esattamente questo: ci costringe a rivedere i nostri manuali.
Dopo il successo della monografica su Artemisia Gentileschi, si poteva pensare di aver esaurito l’argomento. Niente di più sbagliato. I curatori – Morselli, Straussman-Pflanzer, Porzio e Denunzio – hanno setacciato archivi polverosi per ricomporre un mosaico perduto. E il risultato, è sorprendente. Sessantasette opere che non si limitano a celebrare un genio femminile isolato, ma ricostruiscono un intero ecosistema creativo. Ci si muove tra le sale e si incontrano non solo la potenza drammatica di Artemisia, con il suo Bambino Gesù addormentato di Boston, ma anche la precisione scientifica di Giovanna Garzoni, le cui miniature sono un trattato di botanica e poesia. E poi, Lavinia Fontana, la prima donna in Europa a osare sfidare i colleghi maschi nelle grandi pale d’altare.
Ma lasciate che mi soffermi su un dialogo esplosivo, forse il cuore concettuale della rassegna. Da un lato, il Ritratto di Antonietta Gonzales di Fontana. Un’immagine che unisce curiosità scientifica a una palpabile compassione umana. Dall’altro, la Donna barbuta di Jusepe de Ribera. Un’opera di crudo realismo che trasforma la diversità in monumento. Messe una di fronte all’altra, queste due tele ci parlano di due modi di guardare il mondo: uno più intimo e partecipe, l’altro più spettacolare e impietoso. E il fatto che il primo sia di una donna e il secondo di un uomo, beh, non è un dettaglio da poco, no?
E qui sta il punto. La mostra non ci parla solo di artiste, ma di un sistema. Senza il mecenatismo di una Isabella della Rovere o di una Leonor Guzmán, senza i salotti letterari di una Margherita Sarrocchi, quelle stesse artiste non avrebbero avuto spazio per emergere. È un meccanismo che conosciamo bene, anche oggi. Il talento da solo non basta, servono reti, opportunità, coraggio. E il coraggio, queste donne, lo hanno avuto da vendere. Pensate a Teresa del Po o ad Annella De Rosa, che hanno dipinto in un mondo che le considerava, nella migliore delle ipotesi, una bizzarria. O a Luisa Roldán, scultrice di corte a Madrid, le cui terrecotte ci commuovono ancora per la loro fragile umanità.
Cosa ci lascia, allora, questo viaggio in un Seicento alternativo? Ci lascia un metodo. Ci insegna che per riscrivere la storia non servono revisioni ideologiche. Serve solo più rigore, più curiosità, più ostinazione. Serve la volontà di cercare dove nessuno ha cercato prima. Negli archivi minori, nelle fonti private, nelle tracce lasciate da chi era considerato marginale. “Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento” non è una mostra per addetti ai lavori. È una mostra per chi crede che la cultura sia viva solo quando sa interrogarsi, quando ha il coraggio di mettere in discussione i suoi stessi pilastri. E allora, quante altre storie come questa sono ancora sepolte, in attesa di uno sguardo capace di vederle?
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