
L’11 febbraio si celebra la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, istituita nel 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e promossa dall’UNESCO. Il suo obiettivo? Quello di ricordarci che, nonostante le continue dichiarazioni d’intenti e le tante iniziative promozionali, le donne e le ragazze continuano a essere penalizzate nei settori scientifici e tecnologici (STEM). Un dato su tutti. Solo il 28% delle laureate in ingegneria e il 40% in informatica sono donne. Basterebbe questo per capire che siamo ancora lontani da una vera parità. Ma allargando lo sguardo all’intero settore della ricerca, scopriamo che le donne rappresentano appena il 33,3% dei ricercatori a livello globale. E non solo. Guadagnano mediamente meno, ricevono meno fondi, e, nella stragrande maggioranza dei casi, non riescono a raggiungere ruoli di leadership. Insomma, una disparità strutturale che continua a perpetuarsi di generazione in generazione. Radicata in un sistema che, nonostante le buone intenzioni, non sembra voler cambiare davvero.
Ma perché le donne sono così poco presenti nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica)? La risposta è complessa. Ma una delle cause principali è sotto gli occhi di tutti: gli stereotipi di genere. Inculcati fin dall’infanzia e difficili da sradicare. Fin dai banchi di scuola, il copione si ripete: le ragazze vengono dirottate verso le materie umanistiche, mentre le discipline scientifiche restano appannaggio dei ragazzi. Il risultato? Nei primi anni di istruzione, le studentesse registrano punteggi in matematica inferiori di circa 9 punti rispetto ai coetanei maschi. Un divario che aumenta nel tempo. E no, non è una questione di attitudini innate, come qualcuno ancora si ostina a credere. Ma di aspettative sociali, modelli culturali e condizionamenti che finiscono per convincere le ragazze di “non essere portate” per certe discipline.
E se, nonostante tutto, una ragazza sceglie un percorso scientifico? Si scontra con un altro muro: il mercato del lavoro. I numeri sono impietosi. In Italia, appena il 16,8% delle donne tra i 25 e i 34 anni consegue una laurea in materie STEM. Contro il 37% degli uomini. E chi ce la fa? Trova ancora troppe porte chiuse: il tasso di occupazione femminile nel settore scientifico è inferiore a quello maschile del 6,3% in matematica e scienze, e addirittura del 9,3% in informatica, ingegneria e architettura. Chi assume, nella maggior parte dei casi, continua a pensare che una donna sia “meno adatta” a certi ruoli. Meno competitiva, meno disposta a sacrificare la vita privata per la carriera. E se invece fosse il contrario? Se il problema fosse che il mondo del lavoro scientifico è costruito su un modello antiquato, basato sul presupposto che bisogna lavorare h24 e non avere una vita privata? Ma questo, ovviamente, è un altro discorso.
Ogni anno, in occasione di questa giornata, si moltiplicano convegni, eventi, dichiarazioni ufficiali, post sui social. Tutti a ribadire l’importanza della parità di genere nella scienza. Tutti a riconoscere che c’è ancora molto da fare. Eppure, i numeri restano sempre gli stessi, e il cambiamento procede a una lentezza esasperante. E qui sta il punto: non basta dire che “la situazione è migliorata rispetto al passato” per credere che il problema sia risolto. Perché è vero, qualcosa si è mosso. Ma il ritmo del progresso è ancora troppo lento. Nel frattempo, intere generazioni di ragazze continuano a restare escluse dai settori scientifici, a guadagnare meno, a vedersi precluse opportunità di carriera. E la cosa più assurda è che non se ne stupisce più nessuno. Siamo arrivati al punto in cui la disparità non fa nemmeno più notizia.
E allora, come si rompe questo circolo vizioso? La soluzione è chiara, ma l’attuazione resta la vera sfida: intervenire subito, senza perdere altro tempo, fin dai primi anni di scuola. Serve un’azione concreta per smantellare gli stereotipi e costruire un’educazione scientifica davvero inclusiva. Perché senza una base solida, ogni altra misura rischia di essere solo una toppa su un sistema che continua a escludere metà del talento disponibile. Questo significa investire in programmi di orientamento che mostrino alle bambine che la scienza è anche per loro. Significa creare ambienti accademici e lavorativi dove le donne non si sentano costantemente in minoranza, costrette a dimostrare il doppio per ottenere la metà. Perché sì, funziona ancora così. Significa anche ripensare le politiche familiari e il welfare, perché il problema della scarsa rappresentanza femminile nelle STEM è solo una parte di un sistema molto più grande. Un sistema in cui le donne si trovano ancora a dover scegliere tra carriera e vita privata.
E c’è un punto che troppo spesso sfugge. Le aziende e i team di ricerca con più donne funzionano meglio. No, non è una questione di politically correct, ma di numeri. Più diversità significa più creatività, più problem-solving, più crescita economica. Il McKinsey Global Institute calcola che abbattere il divario di genere nel lavoro potrebbe valere fino a 12 trilioni di dollari in più nel PIL globale entro il 2025. Dodici trilioni. Più donne nella scienza non è solo equità. È sviluppo, è innovazione, è competitività. Eppure, si continua a perdere tempo. A lasciare che il talento di milioni di ragazze venga sprecato per via di un sistema che non è ancora pronto ad accoglierle davvero.
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