
La Campania ritorna sotto i riflettori, ma di certo non per meriti virtuosi. Qui, sembra che la linea che separa la politica dalla cronaca giudiziaria continua ad essere estremamente sottile. E il nuovo dossier presentato in occasione della Giornata internazionale contro la corruzione da parte di Libera – l’associazione contro le mafie – la attraversa con dati che pesano come pietre, mostrando una concentrazione di indagati tra gli enti locali che riaccende l’allarme sulla salute democratica del territorio. Ancora oggi, a circa trent’anni di distanza dallo scandalo di Tangentopoli, sembra che la corruzione continui a comportarsi come un cancro, inquinando la vita delle pubbliche amministrazioni. E in un panorama del genere, il Sud indossa ancora una volta nell’ambito delle classifiche nazionali la maglia nera per numero di “mazzette”, con le sue ben 48 inchieste aperte.
Una realtà che non può non suscitare biasimo generale, e nella quale alla regione Campania spetta, ancora una volta, il primato meno invidiabile. Stando, infatti, a quanto rilevato dalle statistiche su larga scala, nel territorio insiste il numero più elevato di indagati per corruzione – 219 in totale. Ma non è tutto: la regione guida la classifica anche per numero di politici coinvolti – 13 soltanto per il medesimo reato. Immediatamente dopo, si piazzano la Calabria e la Puglia, con i loro rispettivi 141 e 110 indagati. Nel Nord Italia, invece, svetta la Liguria con le sue 82 persone sotto inchiesta, seguita dagli 80 del Piemonte.
Insomma, il ventaglio delle tangenti narra di un Paese dove tutto può facilmente trasformarsi in merce di scambio: dal falso certificato di morte ottenuto all’anagrafe, alla cittadinanza italiana riconosciuta tramite il cosiddetto “ius sanguinis”. Accanto a queste richieste a dir poco “creative”, si segnalano le mazzette più classiche: quelle che lubrificano l’aggiudicazione degli appalti sanitari, la gestione dei rifiuti, la costruzione di opere pubbliche, il rilascio delle licenze edilizie o i servizi di mensa scolastica. Ancora, non mancano vari favori e accordi sotterranei nei concorsi universitari pilotati, né le inchieste sullo scambio politico-elettorale e sulle grandi opere, dove l’ombra dei clan mafiosi continua a stagliarsi con inquietante continuità.
Insomma, non si possono di certo chiudere gli occhi di fronte ad una realtà estremamente inquietante. Un quadro a tinte fosche, che rileva come la corruzione avanzi segretamente, ramificata, capace di insinuarsi ovunque in tutto il Paese. Del resto, l’intero 2025 è stato segnato dal filo rosso delle “mazzette”, in grado di attraversare lo Stivale intero, da Torino a Milano, da Bari a Palermo, passando per Genova e Roma, ma persino per centri dalle dimensioni decisamente più contenute, come Latina, Prato, Avellino o il Salernitano. Dunque, in circa dodici mesi, un vero e proprio coro di inchieste porta alla luce un migliaio di amministratori, politici, funzionari, manager, imprenditori, professionisti e soggetti legati alla criminalità organizzata e coinvolti – a vario titolo – in procedimenti per corruzione.
Del resto, sono gli eventi ad essere saliti agli onori della cronaca a parlare chiaro: dal 1 gennaio al 1 dicembre 2025, infatti, Libera ha registrato 96 inchieste per corruzione e concussione: si tratta di una media di otto fascicoli al mese – sensibilmente raddoppiati rispetto ai 48 del 2024. E a muoversi su questo terreno incandescente sono state 49 procure distribuite in 16 regioni, per un totale di 1.028 persone indagate – a fronte dei 588 dell’anno precedente. Le ipotesi di reato spaziano dalla corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio allo scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Dall’insieme delle indagini effettuate – ancora in corso e quindi prive di accertamenti definitivi sulle responsabilità individuali – il risultato è unico e incontrovertibile: una corruzione che non appare per nulla episodica, ma spesso ben strutturata. Un sistema fondato su regole, ruoli e gerarchie prestabilite. A seconda dei contesti, il “custode” del gioco può assumere sembianze sempre diverse: l’alto dirigente che orienta processi decisionali, il faccendiere che apre porte e relazioni, il funzionario dominante dentro l’ente pubblico, l’imprenditore dai rapporti trasversali, fino al boss mafioso o al “politico d’affari” che presidia il nodo inestricabile tra potere, affari e consenso.
Ma non è tutto: a destare notevoli campanelli d’allarme, infatti, è anche il numero di esponenti politici finiti sotto inchiesta nel corso del 2025 – tra sindaci, assessori, consiglieri comunali e regionali – pari al 5,5% del totale degli indagati (53). Colpisce soprattutto il numero dei primi cittadini coinvolti: 24 sindaci, vale a dire quasi la metà del totale. Intanto, le regioni con più politici sotto indagine restano le stesse già emerse nel quadro generale: la Campania e la Puglia guidano la classifica con 13 casi ciascuna, seguite dalla Sicilia con 8 e dalla Lombardia con 6.
Ma il cuore del problema non si limita affatto ai singoli comportamenti: sul punto, è intervenuta la copresidente nazionale di Libera Francesca Rispoli, evidenziando come il fenomeno della corruzione in Italia non sia per nulla “un’anomalia, bensì un sistema che si manifesta in mille forme diverse, adattandosi ai contesti, riflettendo l’impiego di tecniche sempre più sofisticate. Da quelle più “classiche” (la mazzetta, l’appalto truccato, il concorso pilotato) fino a quelle ormai pressoché legalizzate, frutto di una vera e propria cattura dello Stato da parte di un’élite impunita: leggi e regole scritte su misura per i potenti di turno, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache tra decisori pubblici e portatori di soverchianti interessi privati”. Insomma, logiche che, se non smascherati e contrastati, rischiano di consolidare giorno dopo giorno una dinamica di potere totalmente svincolata da qualsiasi responsabilità individuale.
E il prezzo di questo fenomeno per il Paese, come è lecito aspettarsi, è enorme. A tal proposito, una ricerca del Centro Rand stima che la corruzione costi all’Italia 237 miliardi di euro l’anno, equivalente a circa il 13% del Pil. Una cifra-monstre che trova conferma anche negli indicatori della Banca Mondiale: secondo i dati risalenti al 2017, i Paesi ad alto tasso di corruzione registrano un reddito medio inferiore di circa un terzo rispetto a quelli più virtuosi. Numeri che bastano, da soli, a spiegare perché il futuro non possa essere affrontato con leggerezza.
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