
In Italia, nell’ultimo decennio, gli omicidi sono diminuiti del 33%, passando da 475 nel 2015 a 319 nel 2024. Tuttavia, è cresciuto in modo allarmante il coinvolgimento dei minorenni, sia come autori che come vittime: gli under 18 responsabili di omicidi sono passati dal 4% all’11% in un solo anno, e le vittime minorenni dal 4% al 7%. La Campania è la regione con il maggior numero di delitti, in controtendenza rispetto al trend nazionale e il 72% dei delitti è commesso da under 18.
Gli Istituti Penitenziari per minori della regione sono sovraffollati, così come le carceri per adulti che, più che diventare luoghi di recupero per il reinserimento in società, a volte assurgono a vere e proprie scuole dove si affinano le “arti criminali”. Secondo un’indagine dell’Ufficio Scolastico Regionale di Napoli, nel 2024 circa duemila giovani tra 10 e 16 anni non hanno mai frequentato la scuola. Ci siamo confrontati con il dott. Antonino Salvia, funzionario del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, divulgatore della cultura della legalità e figlio di Giuseppe Salvia, vicedirettore del Carcere di Poggioreale, ucciso dalla camorra per non essersi piegato alle minacce di Cutolo e per aver svolto il proprio lavoro con senso del dovere e fedeltà alle istituzioni. «
La detenzione in carcere – dice Salvia – è sempre un’esperienza difficile per chi la subisce. Il carcere di oggi è molto diverso rispetto a quello di quarant’anni fa, ed evita la promiscuità tra soggetti che hanno commesso particolari tipi di reati. Sicuramente il sovraffollamento rende molto più difficoltoso lo svolgimento delle attività rieducative e di risocializzazione di quei detenuti che vogliono cambiare vita. Però, la convinzione che “in carcere si impara la scuola del crimine” ormai è superata». E se la popolazione della Campania è l’8,5% di quella nazionale, il numero dei minori detenuti su base nazionale raddoppia al 16%, complice forse il sempre più frequente abbandono dei banchi di scuola.
«La mancanza di cultura – continua Antonino Salvia – è il primo elemento che orienta una persona verso il crimine, sia perché chi decide di abbandonare la scuola molto difficilmente troverà un lavoro con la prevedibile conseguenza che cercherà il proprio sostentamento economico attraverso attività illecite, e sia perché la mancanza di cultura genera anche un’altra pericolosa conseguenza allontanando le persone dall’imprescindibile senso del vivere civile e quindi, di Stato, di Società e di Comunità. Quando intervengono le sentenze e le pene è troppo tardi.
Noi dobbiamo anticipare la lotta al crimine soprattutto con la cultura. Investire più risorse sull’educazione è fondamentale per accelerare il cambiamento, prima che le persone arrivino in carcere. Anche la riduzione della dispersione scolastica è fondamentale per sottrarre i giovani alla strada ed evitare che diventino la manovalanza delle organizzazioni criminali. I ragazzi devono sapere, capire e, quindi, scegliere con consapevolezza la strada giusta. Per questo dedico gran parte del mio tempo libero a sostenere i progetti educativi delle scuole. Incontro molto spesso gli studenti per parlare di educazione civica, responsabilità, rispetto delle regole, della memoria delle vittime innocenti delle mafie, insomma di legalità in generale affinché, sin da piccoli, sappiano scegliere da che parte stare».
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