
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna emessa dalla Corte d’appello di Milano a carico di otto persone, accusate di aver fatto il saluto fascista durante una commemorazione. I fatti si riferiscono alla cerimonia che si è svolta il 29 aprile del 2016 a Milano in ricordo di Sergio Ramelli, un militante del Fronte della Gioventù, che fu ucciso nella primavera del 1975 da alcuni militanti di sinistra, Carlo Borsani ed Enrico Pedenovi.
Il saluto romano è reato. Ma solo se accompagnato dalla volontà di ricostituire il disciolto partito fascista. Così ha deciso la Cassazione a sezioni riunite. Adesso gli otto dovranno tornare in Appello e la Corte che dovrà chiarire «se dai fatti accertati sia conseguita la sussistenza del concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista».
«La condotta tenuta nel corso di una pubblica manifestazione consistente nella risposta alla ‘chiamata del presente’ e nel cosiddetto ‘saluto romano‘, rituali entrambi evocativi della gestualità propria del disciolto partito fascista», integra il reato previsto dall’articolo 5 della legge Scelba (n.645/1952). «ove, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso, sia idonea a integrare il concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista, vietata dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione».
È quanto sancito dalle sezioni unite penali della Cassazione, le quali hanno anche affermato che «a determinate condizioni può configurarsi anche il delitto» previsto dalla legge Mancino (articolo 2 del decreto-legge 26 aprile 1983, convertito, con modificazioni, nella legge 25 giugno 1993, n. 205) che «vieta il compimento di manifestazioni esteriori proprie o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi».
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, non commenta la decisione delle Sezioni Unite della Cassazione. In ogni caso, «Rispettoso riconoscimento di una sentenza che si commenta da sola» secondo quanto si apprende da fonti di palazzo Madama. Il presidente, Ignazio La Russa in una intervista al Corriere aveva detto – «da avvocato» – di voler attendere «con interesse» l’esito «della imminente decisione a sezione riunite della Cassazione» perché riteneva «occorresse chiarezza».
«Nel caso di Acca Larentia e nelle migliaia di commemorazione fatte in Italia negli ultimi 70 anni, il saluto romano non è reato. Toccherà alla magistratura dimostrare in concreto il contrario, senza fare chiacchiere». Afferma l’avvocato Domenico Di Tullio. Stessa lettura da parte di Casapound. «È una vittoria storica che zittisce tutti, con buona pace di chi ad ogni presente invoca condanne e sentenze esemplari» dice il movimento di estrema destra che poi ribadisce: «continueremo a fare il saluto romano».
Di tutt’altro avviso l’avvocato Emilio Ricci, legale dell’Anpi, per il quale la decisione stabilisce «alcuni criteri fondamentali che distinguono i saluti romani come espressione individuale da quelli di carattere generale con più persone che richiamo tutti i segni e rituali di tipo fascista e che possono essere letti come ricostituzione del partito fascista». Gli fa eco il penalista Francesco Romeo secondo cui «in attesa di leggere le motivazioni, la decisione può essere riassunta così: perché il saluto romano costituisca reato per la legge Scelba deve essere associato alla sussistenza del pericolo concreto di riorganizzazione del disciolto partito fascista e, a determinate condizioni, il ‘saluto fascista’ può integrare il delitto previsto dal decreto Mancino. I due reati possono concorrere e ciò significa che con lo stesso gesto possono essere violate sia la legge Scelba che il decreto Mancino».
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