
In un’Italia dove l’età media del Parlamento supera i cinquant’anni e la parola “giovane” risuona spesso come una promessa non mantenuta, arriva una proposta di legge popolare che cerca di rimettere in equilibrio un sistema politico sempre più sbilanciato verso le generazioni più adulte. Si chiama “Guglielmo Minervini – Quote generazionali nelle istituzioni” ed è stata depositata alla Corte di Cassazione lo scorso 12 febbraio, con pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il giorno successivo.
Il suo obiettivo è chiaro e radicale: introdurre quote generazionali obbligatorie nei consessi elettivi – dal Parlamento ai Consigli comunali – per garantire una rappresentanza reale anche alle fasce d’età tradizionalmente escluse dai luoghi del potere.
Dietro la proposta c’è l’Associazione APS dedicata a Guglielmo Minervini, ex assessore pugliese, amministratore innovativo e voce rispettata nel panorama delle politiche giovanili, scomparso nel 2016. A guidare l’iniziativa è la figlia Maria Turtur Minervini, affiancata da una rete di giovani attivisti, amministratori locali e studiosi. Il progetto nasce da una constatazione amara: in Italia esiste uno squilibrio generazionale profondo, non solo nel mondo del lavoro, ma anche e soprattutto nella politica. A trent’anni, nella maggior parte dei casi, si è ancora spettatori. A cinquanta, finalmente, si può iniziare a decidere.
La proposta di legge non si limita a una denuncia simbolica, ma introduce meccanismi concreti: soglie minime di presenza per giovani, adulti e anziani nelle liste elettorali, sistemi di alternanza generazionale, incentivi ai partiti che le rispettano, e un comitato di monitoraggio nazionale. L’ambizione è doppia: cambiare le regole formali e smuovere le abitudini culturali di un sistema politico percepito sempre più come chiuso, autoreferenziale e vecchio.
Ma mentre si raccolgono le firme — 50.000 entro il 31 luglio per far entrare il testo in Parlamento — il dibattito su questa proposta si incrocia con un dato più largo e più urgente: la crescente disillusione politica tra i giovani italiani. Secondo il Rapporto Giovani 2025 dell’Istituto Toniolo, una parte rilevante della popolazione under 35 si sente esclusa, frustrata, lontana da un mondo politico che non la rappresenta né l’ascolta. Solo poco più del 30% dei giovani si fida dei partiti, mentre la maggioranza ritiene che questi non siano in grado di offrire reali spazi di partecipazione. E se è vero che oltre il 70% di loro ha dichiarato di essersi sentito depresso o privo di speranza nell’ultimo anno, è anche vero che molti riconoscono nella politica un potenziale motore di cambiamento. A patto, però, che qualcuno li faccia entrare davvero nella stanza dei bottoni.
Il progetto Minervini prova a essere quella porta. Ma non mancano le criticità. Introdurre quote anagrafiche rischia di ridurre la politica a una questione di età, mettendo in secondo piano la qualità delle competenze. Si potrebbe riscontrare difficoltà di applicare rigidamente queste percentuali nei piccoli comuni, dove già oggi trovare candidati è complicato. E poi si teme che questo meccanismo possa diventare uno strumento cosmetico, una nuova forma di tokenismo giovanile senza reale potere decisionale.
Eppure, nonostante gli ostacoli, il progetto ha un valore culturale che va oltre la norma che propone. Mette a tema una questione rimossa: l’esclusione strutturale delle nuove generazioni dalla sfera pubblica. In un’epoca in cui i giovani sono chiamati a sacrifici ambientali, economici e sociali senza essere coinvolti nelle decisioni che li riguardano, l’idea che la loro presenza possa diventare strutturale – e non eccezionale – è forse il primo passo verso un riequilibrio più profondo.
Il disegno di legge intitolato a Minervini non risolverà da solo il problema della distanza tra giovani e politica. Ma nel suo piccolo, prova a rispondere a una domanda che molti si pongono e pochi osano affrontare: può esistere una democrazia credibile, se una generazione intera resta fuori dalla stanza dove si decidono le regole?
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