
Dopo tanta attesa ed aspettativa, ecco il Piano Mattei. Spesso invocato nei dibattiti, indicato come il cuore della politica estera del governo Meloni, oggi abbiamo finalmente la possibilità di analizzare il piano panacea.
Il summit tenutosi al Senato tra domenica 28 e lunedì 29, evidenzia la postura da stratega della Presidente del consiglio che cerca di ricordare Enrico Mattei, colui che per primo aveva compreso la necessità di condividere con i paesi africani i benefici delle estrazioni delle risorse energetiche di cui quei paesi erano detentori.
L’immagine è di un’Italia che mostra la via all’occidente, che indica una strada non più di depredazione post-colonialista ma di reciproca convenienza. Tutto molto bello.
Questo piano “ispirato a un approccio globale e non predatorio” consisterà in 5,5 miliardi da stanziare nei prossimi anni per la creazione di un fondo presso la Banca Africana di sviluppo e una serie di obiettivi mirati al coordinamento fra Italia e paesi africani su una serie di settori strategici, quali istruzione, salute, tecnologia, infrastrutture e risorse energetiche.
Alcuni di questi obiettivi erano già presenti in precedenza, così come lo erano i fondi precedentemente indirizzati a piani sull’ambiente e sulla cooperazione e sviluppo, stanziati dal governo Draghi e ora dirottati sul piano Mattei. Questo governo ha però il merito di averli coordinati sotto un unico piano, il che non va sottostimato.
È però chiaro, almeno alla luce dei dati che abbiamo fino ad oggi potuto visionare, che il fulcro della politica estera del centrodestra – il piano che dovrebbe distanziare in positivo questo governo dai predecessori – non sia altro che un cumulo di linee guida. Attendiamo aggiornamenti.
Nel frattempo è però interessante denotare la mancanza al summit romano di paesi come Nigeria, Niger, Guinea, Mali, Burkina Faso, Liberia ed altri, tutti afferenti alla fascia del Sahel, sotto il deserto del Sahara, tappa inevitabile dei flussi migratori e spesso paesi di emigrazione. Al summit per “aiutarli a casa loro” mancava una fetta rilevante di quelli che dovremmo aiutare a casa loro.
Va però dato a Cesare quel che è di Cesare, il piano Mattei è senz’altro un segnale positivo da un paese avanzato verso quel terzo mondo che negli anni diventerà sempre più influente, popoloso e avanzato. Immaginare uno sviluppo condiviso, pacifico e non di subordinazione è ciò che non solo l’Italia ma tutto l’occidente dovrebbe fare, assicurando quell’aiuto necessario non solo al miglioramento delle condizioni di vita nell’ambiente africano, ma anche al mitigamento delle conseguenze negative che deriveranno dall’agire congiunto di globalizzazione, cambiamento climatico e boom demografico, i cui esiti negativi verranno riversati non solo in Africa, ma anche nel mondo occidentale.
L’Italia ha in questo senso il ruolo fondamentale di porsi come hub energetico dell’Europa, come principale attore di dialogo tra tutti i paesi del Mediterraneo. Questo è il ruolo che geograficamente e storicamente ci compete, ed è un ottimo segnale sapere che la governance italiana sia conscia di queste possibilità.
È però chiaro che ad oggi il piano Mattei non sia di certo una piccola via della seta italiana, ma una postura, una buona intenzione che va sì coltivata, ma non lodata come l’opera di lungimiranti statisti, utilizzabile strumentalmente per fini d’immagine e propaganda. L’Italia resta un attore debole sullo scenario internazionale, non in grado di sfruttare le sue potenzialità strategiche e di gestire fenomeni che hanno origine sul continente africano già oggi molto rilevanti, quali l’accoglienza dei migranti e la gestione dei flussi legali d’immigrazione.
Tutto bene insomma, almeno fin quando non utilizziamo il piano Mattei come tappeto per nascondere la polvere di quelle problematiche che persistono da anni.
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