
Sono passati due mesi, ormai, da quando mi avviai – come di consueto – al mio “cinema di fiducia”, il Cinema Vittoria ad Aversa, per vedere la presentazione di un film di un regista esordiente, “Ciao Bambino” di Edgardo Pistone, nostro concittadino. Il film, dal trailer, si mostrava in bianco e nero e con dialoghi per la maggior parte in napoletano.
Scelta coraggiosa, pensai, per un regista così giovane e alla sua opera prima. Poi Victor, il proprietario del cinema, mi colse di sorpresa aumentando enormemente le aspettative su quel film: «comunque il film è molto bello, l’ho visto ieri».
Raramente ci troviamo in disaccordo, quindi la mia attenzione era ormai al massimo. Mi ritrovai con gli occhi gonfi di lacrime a fine proiezione, segno che il film ripagò pienamente quelle aspettative, e anzi ascoltai con attenzione le domande rivolte in sala al regista, sembratomi da subito un tipo molto particolare, con un’ironia sui generis. “Gran bel film, soprattutto per essere un’opera prima – pensai – chissà quanta fortuna potrà avere in questo paese, con l’industria cinematografica ridotta in questo stato. Quasi quasi cerco di intervistare il regista”.



Poi, qualche settimana fa, la rivelazione. Vengono pubblicate le cinquine dei candidati ai David di Donatello 2025. Leggo la sezione “Miglior opera prima” e spunta un titolo. Quel titolo. Ciao bambino. Il film che avevo visto al Cinema Vittoria. Inutile dire che mi sono prodigato ancor di più per intervistare Edgardo, e lui da subito mi ha dato disponibilità. Non nego che l’emozione, per un amante del cinema come me, era tanta. Volevo solo intervistare un giovane regista emergente e mi ritrovavo ad intervistare un candidato ai David. Per fortuna ci ha pensato Edgardo a mettermi subito a mio agio, con una delle sue frasi ironicamente sentenziose: «Essere un regista emergente oggi è quasi un miracolo». Il regista mi ha parlato, poi, del lato positivo del degrado dell’industria cinematografica italiana, sempre con lo stesso spirito: «siccome parlano sempre di un’industria in ginocchio, i più arditi se ne fregano dell’industria e cercano di fare veramente quello che vogliono e, secondo me, è questo il grande vantaggio. Finalmente possiamo fare i film che vogliamo senza avere il peso dell’industria, tanto ogni film va male. Poi ci sono ancora vecchi produttori tromboni che cercano il successo commerciale, ma il successo commerciale non è un genere, non conosce regole, è piuttosto una speranza».
Sul film, invece, Edgardo dà molti spunti utili per interpretarlo al meglio per chi lo ha già visto, o per prepararsi meglio ancora per chi non ha per ora avuto la stessa fortuna: «La necessità di fare il film l’ho avvertita diversa anni fa. Ciao bambino nasce soprattutto dall’incontro di due soggetti. Il primo riguarda me, la mia relazione con mio padre e i miei amici; l’altra idea mi è nata allo scoppio della guerra in Ucraina. Lessi un articolo che diceva che molti predatori aspettavano le donne con i figli che scappavano al confine promettendogli una vita migliore, per poi metterli in una situazione in cui non volevano stare, perché erano sotto ricatto. Io sono nato negli anni ’90 e quando ero bambino vedevo queste donne seminude per strada. Crescendo ho capito che quelle donne seminude erano conseguenza di guerre lontane in posti che non conoscevo. Quando è scoppiata la guerra in Ucraina è ritornato questo fantasma infantile».
Sulla candidatura, Edgardo non nasconde l’emozione: «E’ stata una bella risposta che il cinema italiano ha dato a questo film, evidentemente non tutto è perduto». Al contrario, Edgardo è ottimista sul futuro del cinema, offrendo un’analisi particolare del fenomeno delle serie tv: «Credo che tutta questa offerta di serie tv di buon livello abbia costretto il cinema a radicalizzarsi, e farlo diventare più “cinema”. Ormai per me spettatore di cinema non ha più senso andare al cinema per una bella storia, ha senso per qualcosa che mi dia un’esperienza visiva diversa».
Un’ultima domanda era infine d’obbligo: «Cosa consigliare ad un ragazzo col sogno di fare il regista? Cosa gli diresti tu, che questo sogno lo stai coltivando proprio ora, con ottimi risultati?». Edgardo tentenna, dice di non credere di conoscere una vera risposta, poi si lascia andare: Non preoccuparsi troppo di sbagliare. Perché anche l’errore impreziosisce l’opera. In quest’epoca di intelligenza artificiale dove si chiede tutto secondo formule e algoritmi, il difetto e l’approssimazione possono diventare una virtù».
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