
Davanti all’ingresso delle scuole dovrebbe esserci questa frase: “se non capisci non è importante, tu segui il ritmo”. La compianta artista sarda, Maria Lai, rispondeva così alla domanda di un giornalista sulla rilevanza dello studio e degli studenti. In questo numero, abbiamo deciso di prendere in prestito l’aforisma per analizzare il ritorno a scuola degli studenti.
In quali edifici faranno ritorno? Quali sono le priorità che il Ministero dell’Istruzione ha pensato per loro? E, soprattutto, qual è lo stato di salute della scuola pubblica italiana? I nostri cronisti hanno provato a rispondere a tali domande, andando a scavare nelle esperienze dirette e tra le voci di chi quotidianamente lavora nell’istruzione. Quello che notiamo è la voragine che divide le indicazioni europee (e del ministero) dalla realtà degli istituti scolastici, soprattutto nel Mezzogiorno. Le aule per una didattica innovativa sono ancora pochissime e dovrebbero sorgere in edifici che hanno problemi strutturali di prim’ordine.
Lo stato delle strutture e le poche tutele per i docenti sono le storiche note dolenti, ma rendono solo più cupo uno dei settori in cui meglio si esprime il patrimonio culturale italiano. La Scuola Pubblica è nata sotto l’ala della Costituente, riempita di quei princìpi che vedevano la formazione dei giovani come prima tutela dei valori della Costituzione. Il diritto all’istruzione è garantito a tutti, e più giri il mondo più ti accorgi che non è scontato. Il diritto scolastico italiano mette al centro lo studente, la dimensione totale dello studio e la formazione di un pensiero critico. Bastano pochi elementi per rendersi conto dell’importanza strategica che ha la tutela di un’istituzione posta a garanzia futura della proliferazione dei principi democratici. Gli stessi che sono in una profonda crisi, dall’Europa agli Stati Uniti d’America.
Allora in una cornice così, è bene tenere alcuni punti fermi. Il primo da mettere è proprio quello delineato da Maria Lai, che con poche parole restituisce la potenza di un concetto. La Scuola ci dà gli elementi per seguire al meglio il nostro ritmo. Ma cos’è quest’ultimo? Una nota? Un motivetto estivo? No. È la nostra vocazione, l’inclinazione naturale, la tensione che ognuno ha nei confronti di un campo. Questo piccolo passaggio è uno dei trionfi che tiriamo fuori da due guerre mondiali e da un uomo che era piegato al sovrano anche nel suo futuro. Solo quello che è utile serve. Eppure, da qualche anno sembra che parlare di tali princìpi sia irrealistico, così come non è più raro ascoltare appelli alla produttività.
Non è possibile sacrificare l’eredità di Montessori e del “metodo attivo” con il solo assolvimento della funzione produttiva del futuro lavoratore. Quel metodo ci lascia una traccia attualissima da sviluppare, ovvero l’idea che ogni bambino abbia tempi, interessi e capacità da rispettare e stimolare (il ritmo di cui abbiamo parlato nel titolo di copertina). A chi afferma che quel metodo è superato, noi rispondiamo “sì, ma solo per migliorarlo”. La personalizzazione è diventato il mantra dell’epoca moderna, dall’advertising fino ai programmi scolastici. L’obiettivo delle Mission del Pnrr è stimolare questo processo di una didattica sempre più a misura del singolo studente, ma ciò non solo per garantirgli una competitività economica futura, bensì anche per tutelare il rispetto del suo “ritmo”. Già l’Autonomia scolastica (199/DPR 275/99) andava in questa direzione ma oggi, grazie all’innovazione tecnologica galoppante, il processo si è accelerato.
Con il numero di settembre vogliamo augurare buon anno scolastico a studenti e docenti, lasciando loro una stella polare da seguire. Perché, se è anche vero che l’istruzione pubblica va criticata, essa va anche tutelata nei momenti di pericolo. In un mondo che ci pare sempre più piegato dalla disonestà degli uomini per la maggior ricchezza, il rispetto del ritmo degli studenti è una fortezza per proteggere la nostra democrazia. Ragazzi, se non capite non fa niente. Voi continuate a seguire il ritmo.
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