
La nostra è una società irreversibilmente digitale, ed affrancarsi da questa condizione risulta ormai poco agevole oltre che anacronistico. Il legame maniacale con i dispositivi elettronici, ed attraverso di essi, con i social, assume oggi i contorni di un’assuefazione fisica forse necessaria, foriera di conseguenze che per lo più sono opportunisticamente tollerate dalla moltitudine, benché dannose al pari degli effetti da droga ed alcol. Il tributo da pagare alla semplificazione dei rapporti umani, però, si traduce nell’esaltazione dell’apparenza a discapito della cura interiore.
Apparire più che essere è il mantra che ci accomuna. Posers non più spettatori. Contenitori perfetti ma miseramente vuoti. Una perversa rincorsa alla perfezione fisica e sociale, dunque, ha distolto tutti dal preservare la propria identità con il suo background di valori morali, riducendo relazioni e dinamiche umane ad un’esperienza da condividere, fino quasi a non percepire come vissuto tutto ciò che si pone come altro rispetto ad un post. Eccoci dunque tutti in posa per un ricordo studiato a tavolino, con grotteschi sorrisi per simulare una serenità persa o mai esistita.
Oltre il limite segnato dal bieco uniformarsi si smarriscono le idee e i principi, i ragionamenti, i confronti dialettici che rendevano uniche certe serate senza armeggiare dispositivi. Tutto si riduce ad un’istantanea, a frammenti di vita, a esperienze liofilizzate. Il merito non è più il grimaldello che spalanca le porte dell’affermazione personale. Il successo passa attraverso platee improvvisate, dove l’arte è declassata a banale trasfigurazione, becera improvvisazione, normalità che assurge a vanto. In questo show di vanità ci si può accontentare di essere belli senza necessità di proferir parola.
Ma quando non saremo più in grado di ascoltare il battito del cuore, ci consoleremo con il trillo dello smartphone che annuncia la notifica di un altro scampolo di effimera vita da sbirciare? E l’intelligenza artificiale? È già realtà, di certo più invasiva e perniciosa sotto certi aspetti. Di essa sono ancora inesplorati gli effetti che potrà determinare. Certamente ridurrà ancora di più i margini di contatto umano e di confronto dialettico, oltre a di ridurre ancora di più la nostra propensione alla cura del personale mondo interiore. È davvero quello che vogliamo?
di Fabio Russo
Una tematica che analizza i processi e le modalità con cui la società contemporanea riduce ogni aspetto dell’essere umano alla sua sola esteriorità. Uno “show della vanità”, che sminuisce persino il valore dello stesso corpo fisico, che da una parte viene considerato come “oggetto” manipolabile e dall’altra è addirittura idolatrato, suscitando nelle persone il desiderio irrefrenabile di possedere un corpo perfetto, che prescinde dal modo più o meno etico con il quale esso si ottiene. Seguendo questo filo si generano processi che spingono gli esseri umani verso la perdita della propria natura e della propria identità. Determinando vere e proprie scissioni interne alla propria indole, caratterizzate da un incessante senso di smarrimento o di frammentazione del proprio Sé.
La copertina è un tripudio dei dettagli fisici che tutti noi vogliamo mostrare o nascondere, che amiamo e odiamo. In questa continua corsa all’adattamento del nostro corpo ad un’essenza fittizia, prendiamo inconsapevolmente parte alla formazione di una società horror-barocca. Lo sfondo vuole richiamare la crudeltà, le tenebre e il terrore della vanità in cui ci immergiamo, mentre diamo predominanza a ciò che appare di noi e a non a ciò che siamo.
di Angelo Volpe
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