
L’esclusione dell’Italia dai Mondiali non è soltanto una delusione sportiva. È una fotografia spietata del Paese. Anche nel calcio, come nella politica, come nel lavoro, come nell’università, da troppi anni continuiamo a raccontarci che il problema si risolverà domani. Intanto il domani se ne va. E spesso prende un aereo.
Il punto è questo: ai giovani in Italia non manca il talento. Manca lo spazio. Manca l’aria. Manca la possibilità concreta di entrare, contare, sbagliare, riprovarci, crescere. Si riempiono i convegni di parole come “merito”, “innovazione”, “nuove generazioni”, ma poi i posti veri restano occupati dagli stessi nomi, dagli stessi gruppi, dagli stessi equilibri. Cambiano le sigle, non cambia il meccanismo. E il meccanismo dice una cosa brutale: aspettate il vostro turno. Peccato che per molti ragazzi il turno non arrivi mai. Per questo l’Italia che resta fuori dal Mondiale assomiglia terribilmente all’Italia che tiene fuori i suoi giovani. Non li allena al futuro: li costringe alla panchina. E quando finalmente qualcuno riesce a farsi largo, troppo spesso lo fa andandosene.
I numeri, purtroppo, sono una denuncia. L’Istat ha certificato un record di espatri: nel biennio 2023-2024 i cittadini italiani trasferiti all’estero sono stati 270 mila. E oggi circa un espatrio su cinque parte dalla Lombardia. Non è un dettaglio: è il segno che la fuga non riguarda più soltanto il Sud impoverito, mail cuore produttivo del Paese. Anzi, va capita bene: la Lombardia attrae giovani dal Mezzogiorno, li forma, li assorbe, e poi ne vede partire una parte verso l’estero. È la prova che il problema non è locale. È italiano. Se perfino la locomotiva economica del Paese diventa una sala d’attesa per la partenza, allora vuol dire che la frattura è arrivata al centro del sistema.
Il Sud, però, paga il prezzo più feroce. Perché continua a perdere giovani due volte: verso il Centro-Nord e verso l’estero. E mentre la propaganda racconta ripartenze immaginarie, nelle case meridionali si consuma una realtà molto più dura: troppi ragazzi restano con i genitori fino e oltre i trent’anni non per comodo, ma perché stipendi bassi, precarietà e costo della vita rendono l’autonomia un lusso. L’Istat dice che oltre due terzi dei 18-34enni vivono ancora in famiglia, e nel Mezzogiorno il fenomeno pesa di più. Non è “bamboccionismo”. È un blocco sociale. È il risultato di un Paese che pretende responsabilità dagli under 30 ma offre loro salari poveri, contratti fragili, affitti insostenibili e ascensori sociali rotti.
Poi c’è la politica, che su questo tema meriterebbe un atto d’accusa permanente. Tutti dicono di voler dare spazio ai giovani. Nessuno offre davvero spazio ai giovani. Il Parlamento italiano ha un’età media sopra i cinquant’anni e gli under 40 sono una minoranza esigua. Tradotto: il futuro viene raccontato quasi sempre da chi, per ragioni anagrafiche e di potere, non ne pagherà fino in fondo il prezzo. E intanto nei partiti, nelle segreterie, nelle strutture dirigenti, resistono da decenni le stesse facce, le stesse liturgie, gli stessi capibastone. La politica chiede fiducia a una generazione che continua a tenere fuori dalla porta. Prima la usa nei discorsi, poi la cancella nelle scelte vere. Quale futuro per questi ragazzi? Se continuiamo così, un futuro di partenze, rinvii, frustrazione e silenzio.
Ma il punto vero è un altro: questo non è solo il dramma dei giovani. È la sconfitta dell’Italia. Perché un Paese che umilia chi studia, chi lavora, chi si forma e chi prova a costruirsi una vita, è un Paese che sta scavando da solo la propria irrilevanza. E non potrà cavarsela accusando i giovani di disaffezione, fragilità o egoismo. La verità è l’opposto. La verità è semplice e scomoda: non stiamo perdendo i giovani perché sono fragili. Li stiamo perdendo perché li stiamo spingendo via. E finché continueremo a usarli come slogan, come fondale, come comparsa buona per ogni campagna elettorale, continueremo a vederli partire. In silenzio, con rabbia, con competenza. Portandosi via il pezzo migliore del nostro domani. E allora sì, la domanda finale diventa una condanna per tutti noi: quando un Paese espelle i suoi figli migliori, chi resta fuori dal futuro?
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