
L’autonomia differenziata non è una cattiva idea. Di autonomia parla, infatti, la nostra Costituzione, che spinge lo Stato centrale a realizzare quel decentramento amministrativo che riesce ad essere più vicino al cittadino. È stato questo il senso delle regioni e del perseguimento del principio di sussidiarietà verticale, inteso come trasferimento di poteri dallo Stato centrale all’istituzione più prossima al cittadino.
L’autonomia differenziata permette alla macchina statale di liberarsi di prestazioni e servizi, confidando in enti più territoriali (regioni e province) che possono meglio conoscere le esigenze e le peculiarità dei territori che amministrano. L’autonomia differenziata non è una “cosa di destra”, anzi, basta fare un tuffo nel 2001 per ricordare come la riforma del Titolo V della Costituzione (governo Amato II) è stata sbandierata come una grande vittoria della sinistra. Quella modifica alla Costituzione ha dato il via ad una corsa verso il federalismo statale, con le regioni che rilevavano grandi poteri dallo Stato centrale: la possibilità di legiferare norme di rango primario, ricerca scientifica e tecnologia, protezione civile, tutela dell’ambiente e della salute.
Le regioni sono state caricate già di enormi poteri, ma a preoccupare è l’affidamento di materie che sono capisaldi di uno Stato unitario. Trasferire all’ente regionale l’istruzione e la sanità è una scelta politica scellerata e rischiosa ed i perché sono chiari anche a chi non mastica di politica. Pensiamo a quanto possa essere determinante l’intromissione di una parte della giunta regionale in programmi educativi per la scuola che, così, rischiano di essere differenti da regione a regione. Direi che una lettura della storia in chiave Venetocentrica o Neoborbonica sia un rischio che è meglio non correre. D’altronde gli effetti mostruosi della regionalizzazione di settori strategici è stata evidente durante la pandemia, per tutto ciò che è avvenuto nel comparto sanitario. Durante il covid quasi ogni regione si è adoperata in modo differente, con il caso emblematico dello scandalo delle RSA in Lombardia con la delibera XI/2906 che chiedeva alle case di riposo di ampliare «la ricettività dei pazienti» in modo da ospitare i casi meno gravi di persone infettate da coronavirus.
Da quell’esperienza avremmo dovuto comprendere l’importanza di un intervento centralizzato dello Stato nella gestione della sanità, soprattutto in caso di emergenza. Spezzettare le competenze su sanità e scuola non è attuare l’autonomia differenziata come da Costituzione, ma significa portare un’idea corporativista che rende le regioni dei “mondi chiusi”. E sulla scia di questa riflessione sorge un altro problema: la differenza tra “i vari mondi”. Il trasferimento di enormi poteri alle regioni può portare all’aumento delle disuguaglianze, oltre che ad una perdita del principio di solidarietà che è alla base dello Stato. La cosa grave è che il DDL Calderoli va proprio in questa direzione quando dice che la regione può finanziare i Lep (livelli essenziali delle prestazioni) trattenendo una parte del gettito fiscale. È la logica che permette alle regioni più ricche di trattenere più soldi e avere servizi più funzionanti, rompendo ufficialmente il patto sociale. Il dibattito sull’autonomia differenziata sarà centrale nei prossimi anni, ma il fatto che a regolamentarla ci sia un Ministro che nel 2010 si lamentava dei “troppi terroni in Parlamento” non ci fa ben sperare.
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