
Lo scorso mese ero a tavola con un mio coetaneo, il pranzo andava benissimo finché, parlando di società, mi guarda e dice deciso: “Il problema della nostra generazione è che siamo una banda di viziati”. La retorica era la solita solfa dei giovani che aspettano che le cose cadano dal cielo, che non sono disposti al sacrificio e disinteressati da tutto. Un giovane che si accoda ad una narrazione del genere ha già smesso di essere un ragazzo, ed è diventato quello che Mimmo Paladino mi disse essere “giovani-vecchi”.
Per me le cose non stanno proprio così. Credo che le generazioni passate ci abbiano consegnato una delle società più corrotte della storia, dove ogni aspetto della vita pubblica ed economica è penetrata da una corruzione silenziosa, che si muove nei flussi finanziari, nelle nomine politiche, negli appalti, negli affidamenti comunali, nei piccoli incarichi così come nei grandi, nei posti di lavoro, nelle partecipate così come nei programmi televisivi. Siamo la generazione cresciuta sotto la consapevolezza che tutto ciò che ci circonda funziona per sistemi di corruzione, non più per gamme di valori o ideali. Le generazioni passate, che si ergono a giudizio di “Noi viziati”, ci hanno dato in consegna un’Italia vecchia, non per età anagrafica, ma per qualità delle sue classi politiche. Molti dei parlamentari attuali erano già in Parlamento quando ero nato; i leader dei partiti hanno fatto meno lavori di quanti ne abbiano fatto i ragazzi della nostra redazione, che non hanno più di 25 anni.
Queste generazioni colpevoli ci hanno sottratto la fede nella politica, hanno dissanguato come belve qualsiasi ideologia nel nome di un lavoro che creava benessere, di un benessere che creava consumo e di un consumo che “mi crea una casa”, poi “la macchina” e poi “la villa”, e poi lo faccio “perché i miei figli possano stare bene in futuro”. E invece non stiamo bene. Saremmo stati onorati di poter vivere una politica partecipativa, di trovarci in un mercato del lavoro che potesse restituirci la dignità costruita con gli studi. Noi siamo quelli che, nonostante frequentino le università di lingue, ci tocca fare i concorsi per la vigilanza del Ministero dei Beni Culturali; siamo quelli dei dottorati che ci piegano la schiena e ci regalano la precarietà fino almeno ai 40 anni. Siamo quelli che non possono entrare nei giornali, quelli che per raggiungere anche solo certi tirocini devono iscriversi alla Luiss o alla Bocconi. Eppure, siamo fortunati. Siamo la generazione dalle mille potenzialità. E perché? Perché abbiamo uno smartphone che ci permette di approfondire ogni aspetto della cultura, lo stesso con cui possiamo vedere porno o mettere i nostri culi su Onlyfans.
Abbiamo la potenzialità di comunicare in ogni angolo del mondo, sì, ma io cosa devo dire ad un brasiliano o un canadese se mi sento orfano nella società che vivo qui, in Italia? Questa è la generazione orfana. Persino dell’ordine mondiale. Ci hanno dato solo il consumo con la possibilità di scegliere tra mille marche di dentifricio. La corruzione ci espelle perché non sappiamo creare profitto immediato, abbiamo solo idee epoca sicurezza di vederle ascoltate. Oggi però ve ne esprimo una io. L’epilogo di un mondo corrotto non maturerà in un mondo più corrotto. Aver sedato i molti è servito solo ad alimentare l’indignazione di alcuni. La forza del cambiamento è ancora nelle nostre mani.
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