
Oggi si stima che in Italia vi sia dal 60 al 75% del patrimonio artistico mondiale. Patrimonio che, secondo i dati della Ragioneria dello Stato, vale circa 986 miliardi di euro tra attività finanziarie e non finanziarie. Secondo il FAI sul territorio italiano ci sono oltre 4000 musei, 6000 aree archeologiche, 85000 chiese soggette a tutela e 40000 dimore storiche. La realtà però è un’altra: l’Italia investe poco e male, incentivando poco il turismo e la visita dei siti culturali.
Nonostante questa nota negativa, c’è chi invece, come l’Accademia Italiana d’Arte e Letteratura, crede che il patrimonio artistico italiano possa risollevare l’economia del paese. Abbiamo avuto l’opportunità di porre le nostre domande alla Presidente dell’Accademia dott.sa Francesca Romana Fragale in merito al futuro dell’arte italiana e della nuova corrente d’arte contemporanea: l’Effettismo.
«L’Accademia italiana d’Arte e Letteratura è sorta al fine di rendere giustizia e dare spazio all’opera degli artisti italiani. A causa di una forte esterofilia, l’arte italiana ha perso valore, anche perché dopo il Futurismo non sono sorte nuove correnti artistiche per molto tempo. L’accademia dunque ci tiene a mettere in evidenza l’arte in Italia, non solo a livello creativo, ispirativo e salvifico ma anche come potenziale volano dell’economia e come punto nodale per risollevare l’Italia, sfruttando l’immenso patrimonio artistico a disposizione della nazione».
«Io sono figlia d’arte, mio padre era un ingegnere meccanico, accademico, scrittore, pittore e fondatore della corrente artistica dell’Effettismo. Avendo questo esempio non ho mai scelto una strada lavorativa definitiva e, a parer mio, lo studio serve a fomentare le esperienze. Più esperienze si affrontano più si possono avere idee per sperimentare nuovi approcci creativi. L’arte dunque non può prescindere dallo studio e soprattutto dallo studio tecnico».
«La tecnica deve essere appresa imprescindibilmente in chiave accademica, poi l’opera di un artista che intende sperimentare nuove tecniche, ad esempio l’uso dei polpastrelli per lasciare delle impronte di pittura sulla tela, avendo dato prova delle sue competenze tecniche, può essere ugualmente validabile. Quindi, se l’artista si è dimostrato bravo a livello tecnico, può concedersi di lavorare anche in astratto».
«Il nome “Effettismo” nasce dalla sensazione che l’osservatore deve avere quando guarda un’opera d’arte. Noi crediamo che in Italia da un certo momento si sia creato un malinteso, alcuni galleristi e critici d’arte scorretti hanno dato la sensazione all’osservatore esterno di non essere sufficientemente idoneo a comprendere da solo l’opera. Questa intermediazione ha creato uno spaesamento generale, come se le opere incombessero sul lettore esterno. L’opera pittorica invece deve essere di immediata lettura, è compito del pittore cercare di spiegarsi al meglio possibile tramite l’arte al fine di arrivare a tutti. Il fondamento scientifico della corrente si rinviene nel saggio “l’Uomo neuronale” del Prof. Jean Pierre Changeux dell’Istituto Pasteur di Parigi, che ha trattato il rapporto tra il cervello umano e l’arte, anticipando la scoperta dei neuroni specchio. Dunque, un’opera d’arte deve fare effetto sui due emisferi del cervello, la parte razionale e quella emotiva».
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