
Dal 15 al 17 Marzo, in una eccezionale tornata elettorale di tre giorni, si svolgeranno le elezioni presidenziali in Russia. Il Presidente Putin, forte di un appoggio solido al Cremlino, si prepara al quinto mandato presidenziale, che, reso possibile dopo il referendum del 2020, sarà di altri 6 anni. L’opposizione è praticamente inesistente, rappresentata da personaggi conformi alle idee di Putin o che comunque non fanno campagna elettorale contro il Presidente. Ogni forma di dissenso più acceso è stata automaticamente squalificata. Si voterà anche in Crimea e nelle regioni ucraine occupate, e per la prima volta sarà presente il voto elettronico.
Gli altri tre candidati sono dei personaggi piuttosto improbabili, e nessuno di loro rappresenta anche solo una lontana minaccia alla vittoria di Putin. Il primo è l’anziano Nikolaj Kharitonov, esponente di ciò che resta del Partito Comunista russo. Oltre all’abbassamento dell’età pensionabile, Kharitonov propone l’uscita dal Fondo Monetario Internazionale e il sostegno allo sforzo bellico in Ucraina. Nonostante questa forza politica sarebbe apparentemente l’unica in diretta opposizione a Putin, il Partito Comunista russo ha da circa 20 anni l’usanza di non fare campagna elettorale contro il Presidente, puntando solo sull’elettorato anziano e conservatore, con un consenso stimato del 4%. Un altro pittoresco candidato è Leonid Slutskij, leader del Partito Liberal Democratico. A dispetto del nome, il partito è ispirato all‘estrema destra populista e illiberale, autarchica, nazionalista e favorevole alla guerra. Il candidato più pacifista è Vladislav Davankov, del partito New People. Nonostante abbia inizialmente sostenuto Boris Nadezhdin, candidato escluso da Putin perché pacifista, e pur sostenendo una relativa normalizzazione dei rapporti con l’Occidente e negoziati con l’Ucraina, il suo partito ha votato favorevolmente all’annessione dei territori ucraini conquistati, e lo stesso Davankov è stato sanzionato da UE, Regno Unito e USA.
Le elezioni in Russia di quest’anno si svolgeranno anche nei territori occupati, per la prima volta anche con voto elettronico. Proprio questa formula lascia molti dubbi su possibili brogli e falsificazioni, anche perché gli osservatori dell’OCSE non sono ammessi in Russia. Già nelle elezioni del 2018, infatti, erano state testimoniate pratiche come inserimento di schede precompilate o intimidazioni sul posto di lavoro. Si stima inoltre che Putin sia passato sulla televisione di stato circa 10 volte in più di qualunque altro candidato. Ormai, come riporta l’analista Abbas Gallyamov, le elezioni si sono trasformate in un referendum “pro o contro Putin, e dunque pro o contro la guerra”. Gli unici due candidati contro la guerra, infatti, Boris Nadezhdin ed Ekaterina Duntsova, sono stati squalificati per presunte irregolarità nella candidatura. Putin, vincendo queste elezioni, diventerà il più longevo Capo del Governo russo, superando anche Iosif Stalin.
L’unica forma reale di dissenso organizzato è rappresentata dall’iniziativa di Maksim Reznik, ex deputato regionale di San Pietroburgo, che ha ideato la campagna “Mezzogiorno contro Putin”, sostenuta anche da Aleksej Navalny prima della morte e poi dalla moglie Yulia. Questa campagna consiste nel presentarsi alle 12 del 17 Marzo, ultimo giorno delle votazioni, dinanzi ai seggi, per votare chiunque, ma non Putin, o annullare la scheda. Nulla che possa smuovere la vittoria già scritta di Putin, ma almeno una dimostrazione di non passività di una parte del popolo russo, che fa ben sperare per la riuscita di questa dimostrazione.
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