
La Regione Campania non ha solo un nuovo Presidente. Dalla campagna elettorale fin dalla sua elezione, si è ben capito che Roberto Fico rappresentava qualcosa in più, soprattutto il campo largo, che vede all’orizzonte uno scontro col centrodestra. Ma prima di provare ad intravedere cosa ci aspetta, partiamo da riflessioni necessarie.
10 anni di De Luca sono passati ed in pochi hanno meditato sugli effetti che hanno avuto sulla vita politica e sociale dei cittadini campani. Il voto ci restituisce un’immagine di quegli effetti, alcune in componenti piuttosto inequivocabili. La prima è la sconfitta strategica della lista “A Testa Alta”, con quel cognome che l’ex governatore ha lottato fino all’ultimo per inserire nel simbolo. Il brand “De Luca” è arrivato all’8,34%, un buon risultato ma forse non quanto si aspettava l’ex governatore.
De Luca ha passato un’intera campagna elettorale a giocare al primo oppositore di Fico, spesso con botta e risposta paranormali per esponenti della medesima coalizione. L’obiettivo strategico mai conclamato, era un risultato elettorale che avrebbe messo pressione alla capacità di manovra della futura Presidenza Fico, rimarcando una forza elettorale e politica celebrata già dal piazzamento del figlio Piero in segreteria regionale PD. La strategia è fallita.
Roberto Fico può godere di un consiglio regionale con cui può lavorare senza troppe tensioni, anche perché non ci sono solo da recuperare le inefficienze, ma la disaffezione dei campani alla politica.
Non è tutto oro quel che luccica e non tutte le premesse fanno ben sperare. La formazione delle liste ha fatto emergere logiche politiche di convenienza, che hanno contribuito ad allontanare dalle urne gli elettori (anche quelli di centrosinistra). Una commissione per le liste pulite annunciata e mai partita, troppi nomi chiacchierati, fino a poco fa inaccostabili ed inimmaginabili al fianco di Roberto Fico. Ora ha cinque anni davanti per far dimenticare ai campani quel “deluchismo” i dati elettorali (e quelli dell’affluenza) hanno bocciato.
L’altro sconfitto è il centrodestra, che in Campania non ci ha neanche provato. Una dimostrazione avuta sin dall’annuncio ufficiale del candidato, Edmondo Cirielli, a ridosso del voto (solo l’8 Ottobre). Il candidato presidente era destinato ad andare in missione per perdere, ecco forse perché ci si è messo tanto a trovare il nome giusto. Il risultato l’hanno fatto alcuni exploit provenienti dall’area De Luca ed estromessi dal campo largo, come le 32mila preferenze tracciate dal neoforzista Giovanni Zannini. Un altro esempio è Vincenzo Santangelo, anche lui ex area De Luca con provenienza da Italia Viva, e che in questa tornata si è reinventato in Fratelli d’Italia, collezionando oltre 11mila preferenze. Con queste premesse, la Campania resterà una regione ancora per molti anni ostica al centrodestra.
Il Movimento 5 Stelle era il protagonista di queste elezioni. Ha piazzato uno dei suoi uomini migliori, trasversalmente apprezzato per moralità e princìpi. Non solo: lo ha scelto per trainare una Campania da sempre roccaforte del M5S. Tutto era allineato per un successo capace di rinvigorire la fiducia del 5S, proiettandolo su cifre vicine al 15% nazionale, evidenziato da sondaggi autorevoli come quello Ipsos.
Nella roccaforte campana, con Fico presidente, il M5S non riesce ad arrivare in doppia cifra fermandosi al 9,12%. La lista di Fico potrebbe aver sottratto qualcosa? Possibile, ma difficile. Nella lista non ci sono molti esponenti ex 5S, anzi molti più vicini all’area della sinistra PD – Alleanza Verdi Sinistra -PSI.
Conte si aspettava di più dal partito che era diretta espressione del presidente. Il 18,41% del PD in Campania potrebbe consacrare il M5S come junior partner di un campo largo che deve lavorare un bel po’, soprattutto in vista delle nazionali del 2027.
C’è un termine che riecheggia nell’aria e che ha acquisito sempre più forza nelle ultime tornate elettorali: i portatori di voti. Attenzione: non vogliamo dire che non siano mai esistiti, ma che hanno conquistato sempre più potere elettorale a fronte di un’offerta politica debolissima. È una conseguenza della difficoltà del sistema democratico a formare una classe politica realmente attenta, preparata e studiosa dei territori in cui agisce.
I “portatori di voti” sono il tappabuchi di queste piccole voragini. Per capire meglio queste personalità, vale la pena evidenziare un dato riguardo uno dei maggiori exploit elettorali: quello con la firma di Giovanni Zannini di Forza Italia. Ha conquistato 31.932 voti, ben 10.607 in più della scorsa tornata elettorale quando si trovava nelle schiere del centrosinistra. In questi cinque anni, e per tutta la campagna elettorale, non ha fatto che insistere sulla centralità di Mondragone, la sua personale roccaforte. Lui stesso ha benedetto la candidatura e poi la giunta comunale di Francesco Lavanga, con un’esposizione in prima persona. Il sindaco Lavanga, nella campagna elettorale appena trascorsa, ha restituito la fiducia esponendosi direttamente per chiamare i cittadini al voto per Zannini. Un atteggiamento sempre poco elegante per un sindaco, ma che oramai è diventata prassi (vedi i casi di Castel Volturno e Cellole).
Ebbene in questi cinque anni, Giovanni Zannini ha conquistato a Mondragone 15 voti: 3487 di quest’anno contri i 3472 della scorsa tornata. Inoltre la stragrande maggioranza dei cittadini di Mondragone ha deciso di disertare le urne: solo il 38,2% ha votato, ben distante dal 46,92% della passata tornata elettorale. Com’è possibile che il più votato a Caserta sia riuscito a “smuovere” così poco sul territorio che meglio di tutti dovrebbe conoscerlo e avrebbe dovuto premiare ciò che è stato fatto in questi 5 anni? Nonostante questo attivismo si è deciso di disertare. Una delle percentuali più basse tra i comuni del casertano.
La Regione Campania ha avuto un dato di affluenza alle urne del 43,66%, con un record negativo che contribuisce ad allargare le tante macchie di queste elezioni. È un dato che può contenere tanto all’interno: il mancato ritorno dei numerosissimi studenti fuori sede, la disaffezione dei cittadini al voto, l’assenza di accessibilità per anziani e disabili in alcuni comuni. Insomma, un’analisi precisa è impossibile averla, ma di certo ci si può leggere uno scollamento tra la classe politica e i cittadini. Uno scollamento che spesso coinvolge quelli più fragili piuttosto che quelli dell’alta borghesia. Seguendo questo filo, vale la pena fare un’analisi sull’affluenza e il voto nelle Municipalità napoletane con il reddito medio pro-capite più basse e che vivono ampie difficoltà socio-economiche, oltre che di servizi infrastrutturali.
In tutte le Municipalità analizzate risultano due dati comuni: un’affluenza media minore rispetto alla percentuale regionale e una vittoria del campo largo di centrosinistra.
Nella Municipalità 6 (Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio) il dato dell’affluenza è al 40% con una vittoria del centrosinistra a trazione PD. Nelle aree di Secondigliano e Miano, l’affluenza scende al 39%, con una vittoria del Partito Democratico. Se andiamo alla Municipalità 8 (Piscinola, Chiaiano, Marianella e Scampia) la situazione è ancora più grave: solo il 36% dei quartieri si è recato alle urne. Il dato del voto evidenzia il primeggiare sia del PD che dell’Alleanza Verdi Sinistra. A Soccavo – Pianura il duello tra PD e M5S è stato accompagnato da un dato di affluenza del 41%.
Municipalità povere in cui si sostanzializza una crisi ancor più acuta dell’esercizio democratico del voto, ponendo interrogativi sulla crisi della comunicazione tra classe politica e fasce sociali fragili.
Nei comuni del perimetro della Terra dei Fuochi (Giugliano, Villaricca, Qualiano, Acerra, Castel Volturno, Afragola, Caivano, Nola, Aversa, Marigliano, Arzano, Orta di Atella e Villa Literno), l’affluenza è leggermente migliore del dato regionali. In 8 su 13 di quelli citati, l’affluenza è stata più alta. Ma il dato da analizzare è che il centrosinistra è vincente in 12 dei 13 comuni dell’area interessata. Solo a Castel Volturno il centrodestra è uscito vincitore, con un’affluenza del 31,07%. La questione ambientale è una delle leve della base ideologica del centrosinistra, potrebbe essere stata proprio quest’ultima a contribuire ad una popolazione estremamente sensibile alla lotta all’inquinamento ambientale. Insomma: può essere una traccia per il campo largo per ritrovare alcune parole chiave e un esame per il centrodestra, forse troppo lassista nell’affrontare la questione nonostante gli sforzi del governo.
Di Antonio Casaccio e Stefano Errichelli
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