
Quando si parla del classico cinema italiano abbiamo sempre in mente nomi come Federico Fellini, Michelangelo Antonioni o Vittorio De Sica ma esistono tantissimi altri registi contemporanei che vanno assolutamente ricordati. Ce ne sarebbero di nomi, ma parleremo di tre grandi autori: Elio Petri, Valerio Zurlini e Marco Ferreri.
Elio Petri opera tra gli anni 60-70 e lavora con i migliori attori di quel periodo come Gian Maria Volonté o Marcello Mastroianni. Il regista proviene da un’educazione sociale di sinistra, infatti da giovane aderisce alla federazione del Partito Comunista Italiano, e tutto questo si evince dal suo cinema militante. I film di Petri hanno contenuti sociali espliciti accompagnati da una messa in scena e una regia in alcune parti grottesca che mostra quanto alcuni meccanismi della nostra società siano paradossali. Uno dei film meno conosciuti di Petri è “La decima vittima” del 1965 che mostra un lato ancora più scherzoso dei temi del regista. Il film racconta di un mondo futuro dove un gioco permette di uccidersi in posizioni da carnefice e vittima. In una scenografia super pop Marcello Mastroianni insegue Ursula Andress -la sua vittima- mentre tutti seguono il gioco. Anche se il finale fu deciso dai produttori, il film rimane una critica ai mass media e al capitalismo esplicita, divertente e satirica.
Valerio Zurlini è un regista davvero poco noto, autore di un cinema dedicato alla psicologia dei personaggi e ai loro moti interiori. Come accade in “L’estate violenta”, ambientato durante la seconda guerra mondiale. La guerra rimane sullo sfondo per dare spazio alla relazione tra una donna matura e un ragazzo più giovane. Il regista si dedica anche alla trasposizione cinematografica del “Il deserto dei Tartari”, libro dello scrittore Dino Buzzati, e ancora si dedica alla psicologia dei personaggi e alla bizzarra condizione di questi nel deserto. Uno dei film più belli del regista rimane il penultimo “L’ultima notte di quiete”, che racconta dell’amore di un professore (Alain Delon) per una sua alunna. Nel film l’autodistruzione dell’uomo si confonde con la passione e l’amore per Vanina, ma nulla può salvare quest’uomo esistenzialista e disilluso che vaga in una Rimini nebbiosa simile alle città nei film di Antonioni.
Marco Ferreri è un regista che spesso ha scandalizzato il pubblico, è caduto nel dimenticatoio a causa delle sue operazioni grottesche e al di fuori della norma. E dopo tanti anni ancora si passa sopra quest’autore e ancora fa scandalo anche se i tempi sono cambiati. Già dalle sue prime opere il regista è considerato scandaloso e anarchico, tra questi c’è “La donna scimmia” (1964), che racconta del delinquente Antonio Focaccia (Ugo Tognazzi), il quale decide di sposare la donna malata di ipertricosi Maria (Annie Girardot), che è sempre stata in convento data la sua condizione. Nella diversità della giovane Antonio vede una possibilità di guadagno mettendo su un Freak show come quelli del primo ‘900. L’uomo col tempo sarà realmente costretto a sposare la giovane. Nel film Antonio vede Maria solo come un oggetto, ma la donna pian piano riesce ad emanciparsi pretendendo i suoi diritti. Qui la condizione della mostruosità coincide con l’essere donna, che ai tempi significa avere regole ben differenti da quelle degli uomini. Un film che gode persino di tre finali, e quello deciso da Ferreri rimane cupo e scomodo e attento alle contraddizioni della nostra società.
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