
Il quarto scudetto del Napoli, così come il terzo, appartiene a Castel Volturno. Non solo per il centro sportivo dove quasi ogni giorno i calciatori si recano per la preparazione atletica pre e post-gara, ma anche perché nel giorno della premiazione e dell’alzata in cielo del trofeo allo Stadio Maradona, a portare la coppa al centro del campo è stata Emily Tamburrino, castellana doc e figlia di questo territorio. L’abbiamo così ospitata in redazione per farci raccontare le emozioni provate in quei momenti.
«Forse la città stessa. Mio padre è tifoso da divano, mio nonno lavorava allo stadio portando bibite. Ma penso che sia Napoli, con il suo calore, a farti innamorare della squadra».
«Tramite una mia amica che aveva collaborato con la Lega Basket. La Lega Serie A cercava ragazze napoletane, volti puliti. Alla fine mi scelsero. Il giorno della partita, la responsabile scese negli spogliatoi e disse: “Emily, porti tu la coppa”. Lì ho capito che stavo per entrare nella storia».
«Non esisteva nessuno. C’eravamo solo io e la coppa. Per me non era lavoro, era la mia squadra, dopo 33 anni. Pesa quasi 9 kg, mi sudavano le mani. Avevo paura di farla cadere. Quando l’ho consegnata e sono scesa giù, ho chiamato la mia famiglia e ho pianto. Lacrime di gioia, ansia, emozione. Non le dimenticherò mai».
«Molto più complicata. Non si sapeva se la premiazione sarebbe avvenuta a Napoli o Como. Il lunedì provo a prendere il biglietto con dieci computer, niente. Ma dentro di me sentivo che sarebbe successo qualcosa. Il mercoledì mi arriva una foto di due anni fa: “Emily, vi riconfermiamo”. Tutto si è incastrato perfettamente. Eravamo in due. Io ho detto: “La porto io”. Non perché faccio la modella, ma perché sono tifosa. Toccarla, portarla, è un onore. È la mia squadra, la mia città, la mia storia».
«La bellezza può aiutare, ma la luce vera viene da dentro. In video si vedeva: era la gioia che usciva dagli occhi. Non ero solo una ragazza che portava la coppa. Ero una cosa sola con la coppa».
«Ci sono nata, anche se la clinica era a Napoli. Il villaggio Coppola è la mia casa. Ho fatto lì le scuole, ci ho vissuto ogni momento. È la mia zona comfort. È casa perché scendi in strada e conosci tutti, non per modo di dire: ci siamo cresciuti insieme. Anche un domani mi piacerebbe che i miei figli crescessero qui».
«Una tranquillità diversa. Quando ero piccola, mia madre poteva lasciarmi al cinema o a piazza delle Feste, sapendo che qualcuno mi teneva d’occhio. È come una grande famiglia: ci conosciamo tra generazioni. È un senso di comunità che in città oggi si trova meno. E poi c’è un’umanità vera, un’accoglienza spontanea. Per me, Castel Volturno è uno specchio dell’Europa del futuro».
«Faccio la modella da quando avevo tre anni, ma a 19 ho scelto di lavorare anche in ufficio. Ora vendo abbigliamento nei negozi, ma continuo a lavorare nel mondo dei videoclip. È parte di me. Sarei ipocrita se dicessi che non conta. Ma oggi essere belle è facile. A fare la differenza è il carattere. E la Lega, se mi ha richiamata, è anche per come ho gestito pressioni e responsabilità, non solo per l’immagine».
«Di rispettare se stessa. Se hai un carattere debole, lascia perdere. Ti etichettano e ti bruciano. Ma se rispetti te stessa, costruisci rapporti puliti, e hai pazienza, allora sì: ce la fai. Il rispetto è la parola chiave della mia vita».
«A Dio. Il karma esiste, ma la forza interiore è la vera luce. I lividi della vita insegnano. Io ne ho avuti tanti. Ma se oggi sono qui, è perché ho lasciato un segno pulito in chi ho incontrato».
«La Champions. Se vinciamo un altro scudetto, festeggiamo. Ma noi napoletani non ci accontentiamo mai».
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