
Le epigrafi, ossia le iscrizioni pubbliche su pietra, sono tra gli elementi in assoluto più riconoscibili del mondo romano, che non a caso è stato indicato da molti come una vera e propria “civiltà epigrafica”: quasi ogni notizia di interesse pubblico, confini, leggi e indicazioni stradali erano riportati su pietra. Grandissima importanza ricoprivano poi le epigrafi funerarie, che, spesso con grande tenerezza e umanità, ricordavano a chi passava di rivolgere un pensiero ai defunti sepolti. Per dare un’idea dell’ampiezza del fenomeno epigrafico, i più moderni database segnalano il ritrovamento di oltre 500.000 unità in tutto il territorio dell’Impero, e praticamente in ogni città con un passato romano si trovano iscrizioni su pietra.
La Campania, regione in cui la presenza romana fu fortissima già da tempi molto remoti, è ricchissima di epigrafi, che molto ci dicono sulla storia di questi territori, di cui le origini romane sono spesso dimenticate. Nella provincia di Caserta, un caso notevole è certamente la città di Calatia, corrispondente circa all’odierna Maddaloni. Risalente all’Età del Ferro, dopo il dominio sannita viene conquistata dai Romani nel 309 a.C., esprimendo addirittura un console e dittatore, Aulo Atilio Calatino, protagonista della prima guerra punica. Nel 215 a.C. Calatia si schierò con Annibale contro Roma, e per questo, come Capua, fu punita duramente, entrando in un periodo di declino che si protrasse fino all’età imperiale.
Sul ruolo che assumeva questo centro storico è intervenuto anche il Direttore del Museo Civico di Maddaloni, il dott. Daniele Napolitano, che ci ha accompagnato nella visita alle epigrafi che si trovano nei dintorni del museo: «Il rinvenimento di anfore da trasporto marittimo ci hanno portato ad avvalorare due possibili ipotesi sull’utilizzo della città di Calatia: da una parte potevano indicare la presenza di famiglie aristocratiche che potevano permettersi di acquistare prodotti prevenienti da oltremare; mentre l’altra ipotesi è che, essendo Calatia lungo l’asse della via Appia, essa poteva fungere come una sorta di autogrill, ovvero un luogo dove i viaggiatori potevano fermarsi e trovare ristoro».
La città riacquistò una certa rilevanza con l’erezione della diocesi di Calatia ma, razziata sistematicamente dai Saraceni, fu abbandonata dal vescovo e dai suoi abitanti, che si trasferirono sui monti Tifatini, dando vita all’abitato di Casertavecchia.
Attualmente sul territorio maddalonese sono conservate varie epigrafi, per lo più murate all’interno di palazzi o chiese come pezzi di riuso. In via trivio San Giovanni, ad esempio, troviamo una interessante coppia di epigrafi: l’elemento superiore è una classica stele funeraria scolpita, che ritrae presumibilmente una classica famiglia romana, composta dal pater familias, dalla madre e da due figli, come conferma l’iscrizione latina al di sopra. Al di sotto, invece, troviamo un frammento di una grande epigrafe, forse templare, di età imperiale, proveniente forse da Capua o dalla stessa Calatia, che riporta una dedica della colonia di Telesia agli imperatori di Roma, tra cui soprattutto Settimio Severo, al cui regno risale l’iscrizione.
Un’altra epigrafe si trova murata nel campanile della chiesa di San Martino, in via Nino Bixio, integrata negli anni ‘50 ma completamente estranea al complesso. Si tratta anche in questo caso di una epigrafe funeraria, priva di decorazione ma ben più interessante dal punto di vista testuale. In questa epigrafe possiamo notare vari aspetti della concezione della morte nel mondo romano, ad esempio la dedica agli dei Mani, ovvero gli spiriti degli antenati, considerati protettori della casa e sempre oggetto di venerazione domestica. Notiamo la presenza di nomi greci: si trattava forse di una famiglia discendente da liberti greci. Commuove particolarmente il dettaglio con cui i romani riportavano la durata della vita terrena: non solo anni, ma anche mesi, giorni e addirittura ore, quasi a fissare eternamente l’ultimo istante della vita di questo giovane, uno dei tantissimi che all’epoca non superavano l’adolescenza. Queste piccole storie ci fanno capire quanto, dietro ad una qualunque epigrafe abbandonata alle intemperie, possa nascondersi l’ultima traccia di intere vite ormai sepolte dalla polvere della storia.

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