
Agli inizi di Ottobre siamo arrivate in una piccola isoletta dalle parti di Bordeaux per prendere parte ad un’esperienza di scambio giovanile finanziato dall’Unione Europea (Erasmus). In questo progetto, incentrato sull’alfabetizzazione mediatica, 50 partecipanti provenienti da Serbia, Macedonia, Italia, Spagna, Turchia e Francia, hanno dibattuto sui temi della libertà di espressione e di informazione, presentando attraverso contenuti multimediali e performance teatrali la situazione nei loro Paesi. Ciò che abbiamo appreso durante questa settimana di formazione, analizzando le testate online più seguite al mondo e constatando la spesso mancata applicazione delle 5 leggi dell’UNESCO sull’alfabetizzazione mediatica, è che in nessuno dei nostri Paesi l’informazione è libera da qualsiasi tipo di manipolazione.
Oggi più che mai diventa di fondamentale importanza costruire, nei giovani e non solo, una consapevolezza che ci consenta di difenderci dalla diffusione sempre crescente di fake news nei media contemporanei. La risposta più efficace alla disinformazione e all’informazione deviata è il pensiero critico, unito al fondamentale strumento della ricerca delle fonti.
Ma la parte dell’esperienza che ci ha toccato più profondamente è stata quella interpersonale. Abbiamo imparato un nuovo modo di stare insieme, all’interno di un gruppo multietnico, aprendoci a nuove prospettive e ricevendo tanto in cambio. Questa forma di condivisione è il più grande bagaglio di conoscenze che portiamo a casa di ritorno dal nostro viaggio.
Il progetto Erasmus+ è nato nel 1987 con l’obiettivo di costruire un’identità europea a partire dai più giovani, permettendo agli studenti di formarsi a tutto tondo e conoscere altri Paesi. Vanta più di 20mila progetti, che spaziano dalla formazione di giovani professionisti allo sport, affermandosi come una delle opportunità più rilevanti nel contesto di mobilità europea. L’approccio che abbiamo sperimentato nello scambio a cui abbiamo partecipato non è l’unico presente: gli scambi giovanili sono solo uno dei tanti format dei progetti di educazione informale, affiancati dai training course e da Erasmus Studio della durata di diversi mesi.
Il budget stimato per il periodo 2021-2027 si aggira intorno i 27 miliardi di euro, quasi raddoppiando quello previsto per l’annata 2014-2020, che ha permesso a 12 milioni di giovani dai 18 ai 30 anni di viaggiare nel 2020 sia negli Stati membri sia in molti altri Stati partner dell’Unione. Gli scambi si inseriscono nel Piano d’azione per l’istruzione digitale della Commissione Europea, in un’ottica di lungo periodo improntata alla promozione dell’innovazione e cooperazione, tentando anche di rispondere ai disagi creati dalla pandemia di Covid-19.
«Dopo la pandemia le persone erano più titubanti a selezionare un progetto, spaventate dalla possibilità di contrarre la malattia in un paese straniero. Quest’anno è stato pieno di opportunità e spero di vedere lo stesso grado di partecipazione nel 2023.»
A dirlo è Viktor Krstevski, uno dei facilitatori presenti a Saint-Georges d’Oléron – con il compito di coordinare e intermediare- che da 3 anni si occupa di progettare diversi scambi sullo sport e la salute, mettendo a frutto la sua esperienza di atleta per la nazionale macedone.
«È importante valutare l’argomento e la destinazione dello scambio, meglio ancora se si conosce già l’organizzazione attraverso cui avviene la mobilità, per capire meglio cosa aspettarsi. Dopo aver partecipato, tutti possono cimentarsi nell’elaborazione di un progetto Erasmus+. Personalmente, seleziono i partecipanti anche in base al progetto stesso. In Macedonia, ad esempio, abbiamo dei problemi riguardanti la qualità dell’aria, per questo mi preme che durante degli scambi per la protezione dell’ambiente ci siano anche ragazzi che vengono da contesti diversi, in modo il confronto con gli altri possa insegnare loro tanto.»
«Quest’esperienza ha migliorato la mia vita sotto numerosi aspetti: ho viaggiato prima, ma gli scambi ti permettono di sperimentare diverse culture in modo più diretto ed intenso. Secondo me, ciò che veramente conta è l’esperienza interculturale in sé, più che la conoscenza del topic. Puoi stringere delle amicizie che durano per la vita, come quella tra me ed Emanuel.»
Emanuel Caristi è l’altro facilitator, un ragazzo messinese che ha visto la propria vita cambiare dopo aver partecipato ad un scambio internazionale.
«Per quanto io mi consideri fortunato, mi riconosco nei ragazzi con minori opportunità. Vengo da una zona rurale, non conoscevo la lingua straniera e facevo parte dei NEET, ragazzi che non studiano e non lavorano per un lungo arco di tempo. Questo tipo di esperienze mi hanno cambiato la vita: ho imparato a dare valore a quello che so fare, a riscoprirmi. Aiutare altri ragazzi a riconoscere le loro qualità mi dà molta gratificazione, è questo il motore che mi spinge a lavorare in questi progetti. Penso sia l’impatto più bello che potessi avere nella vita».
Oggi Emanuel è il fondatore di un’organizzazione non profit a Messina dal nome Be The Change. Nei quattro anni di attività dell’associazione è riuscito ad organizzare quattro scambi nel territorio di Messina, facendo arrivare nella sua città oltre 250 ragazzi da tutta Europa. Ha inoltre partecipato come partner e facilitator in decine di scambi giovanili all’estero.
«La rivalutazione del territorio è l’obiettivo che mi preme di più.- afferma- L’idea è quella di imparare ad apprezzare quello che abbiamo e magari tornare nel proprio Paese, dopo queste esperienze di formazione, con la voglia di mettere a disposizione di tutti quello che si è appreso al di fuori. Sicuramente uno dei problemi più grandi che abbiamo al Sud Italia è la fuga di cervelli. Un obiettivo fondamentale è quello di portare quanti più ragazzi possibile a impegnarsi sul territorio in modo che non risulti essere abbandonato e privo di opportunità per i giovani».
Organizzazioni come la sua, per poter iniziare a lavorare su un progetto, devono ottenere l’approvazione europea sulla tematica selezionata. A questo riguardo, ci spiega Emanuel, l’Europa ha un suo ordine di priorità: i temi più caldeggiati sono quelli della sostenibilità ambientale, dell’uguaglianza di genere, dell’inclusione sociale e della rivalutazione delle aree rurali. Qualsiasi sia la tematica dello scambio, però, lo scambio interculturale rimane un valore aggiunto trasversale ad ogni progetto.
«Incontrare persone, sviluppare soft skills, imparare a parlare fluidamente inglese; credo che siano le competenze più ricercate nel mondo del lavoro. Se hai finito il tuo percorso di studi e non sai che percorso professionale seguire sono sicuro che dopo aver partecipato a queste esperienze avrai le idee più chiare su quello che vuoi fare e quali sono le tue aspirazioni reali».
«Penso che a livello italiano tante organizzazioni locali dovrebbero rivolgere la loro attenzione ai fondi europei e al come utilizzarli per crescere come organizzazione. Molto spesso questi fondi non vengono presi in considerazione o, non essendo conosciute le opportunità disponibili, questi soldi non riescono ad arrivare ai destinatari. La mia aspirazione è che le associazioni che lavorano con i giovani trovino maggiore sinergia e si aiutino l’una con l’altra. Ogni associazione può fornire un’esperienza diversa, se tutte lavorassero assieme si vedrebbero sicuramente risultati in breve termine a livello locale».
di Marianna Donadio e Giovanna Di Pietro
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