
La storia di Ernst Lossa, il ragazzo considerato “non adatto a vivere” e quella di tantissime altre persone con disabilità vittime dell’Olocausto
Nella ricorrenza del 27 gennaio, giorno dedicato alla memoria dell’Olocausto, viene ricordato anche lo sterminio delle persone con disabilità. Con il programma Aktion T4 furono sterminati bambini e persone con disabilità. Il numero di vittime accertate fu di 70.000 solo tra il 1939 e il 1941, ma il massacro proseguì anche negli anni successivi, con una stima di 200.000 morti.
T4 sta per Tiergartenstraße numero 4, a Berlino: una villa sequestrata a un uomo ebreo e poi resa quartier generale dell’Aktion T4. I centri di uccisione, ognuno dei quali aveva una camera a gas e un forno crematorio, erano Grafeneck, Brandenburg, Hartheim, Sonnenstein, Bernburg, Hadamar.
Per molti non sono nomi familiari, dato che dello sterminio nazista delle persone disabili si è sempre parlato poco. Un ex carcere, dei castelli donati alla chiesa oppure a istituzioni benefiche per farne ricoveri per pazienti psichiatrici. Quasi tutti abbastanza isolati, ma non lontani da strade e ferrovie. Tra le migliaia e migliaia di persone con disabilità sterminate non possiamo di certo dimenticare il volto di Ernst Lossa, un ragazzo tedesco considerato dal regime nazista come “non adatto” a vivere. La sua storia è stata raccontata nel libro e nel film “Nebbia in agosto”.
In quelle righe del libro, e il susseguirsi delle immagini sullo scherzo notiamo subito che Ernest è un ragazzino visto, non è un ragazzo con disabilità, ma appartiene a un gruppo nomade oggetto della furia nazista insieme a rom e sinti. È questo che lo fa sentire diverso, accompagnandolo a poco a poco in un inequivocabile destino crudele.
Orfano di madre, e con un padre venditore ambulante senza fissa dimora, il piccolo ragazzino viene rimbalzato da un istituto all’altro, approdando infine a Irsee, filiale dell’Ospedale Psichiatrico di Kaufbeuren diretto dal dott. Walter Veithausen. Il carattere ribelle di Ernst e il fatto che la sua famiglia appartenesse alle più basse classi sociali, chiamati anche “zingari bianchi” lo trascina in quella orribile realtà; considerato poi dai medici e dagli educatori, un bambino difficile, irrequieto, ineducabile ed irrecuperabile. Venne messa in discussione la sua stessa sanità mentale per la convinzione razzista dei medici nazisti secondo la quale, essendo zingaro, fosse predisposto di natura ad avere turbe psicologiche. La sua candidatura al programma “Aktion T4” di morte per eutanasia era decisa. Fu ucciso nel 1944 all’età di 14 anni con il sovradosaggio di morfina scopolamina, una delle più di 200.000 vittime del programma nazista che prevedeva la soppressione di persone disabili delle “vite indegne di essere vissute”.
La “zavorra inutile per la collettività” che i nazisti volevano eliminare, nella piena collaborazione fra apparati di sicurezza e medici e infermieri che operavano negli istituti di ricovero, borgomastri delle città in cui lo sterminio avveniva e alti magistrati. L’eliminazione fu decisa per risparmiare i mezzi e gli uomini dedicati ad altri pazienti, questa zavorra era costituita da malati mentali, epilettici, deformi che occupavano spazio nelle strutture dedicate ed impegnavano personale medico ed infermieristico.
Oggi quell’unità psichiatrica di Irsee, dove Ernest ha vissuto gli ultimi atroci momenti della sua vita, è un eccellente luogo di formazione, dove si svolgono seminari, convegni, iniziative culturali. Quelli che un tempo erano i reparti di morte oggi sono confortevoli stanze alberghiere, i rintocchi del campanile della chiesa barocca scandiscono il trascorrere del tempo e non più la morte dei ricoverati.
Dietro la chiesa sono rimaste le tracce dei tragici avvenimenti. Il locale adibito per l’autopsia è stato conservato, vi sono esposte le attrezzature e gli strumenti per sezionare i cadaveri, un lettino con supporti adatti per agevolare l’espianto del cervello.
Alle pareti tre fotografie di Valentin Faltlhauser che guarda dritto l’obiettivo della macchina fotografica e mostra sospeso tra le sue mani un bambino spastico nudo e piangente. Un po’ più avanti, in un giardino, una scultura e delle incisioni ricordano il crimine nazista.
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