
Merito. Una parola che negli ultimi anni riecheggia sempre di più nelle nostre menti. La base sulla quale lo stato liberal-capitalista ha fondato una narrazione secolare, ma al contempo ha creato una vera e propria tirannia capace di colpevolizzare chiunque non raggiunga determinati standard imposti dalla società. La tirannia della meritocrazia è una delle teorie più discusse portate avanti dal filosofo politico Michael Sandel, professore presso l’Università di Harvard, che sul tema abbiamo avuto modo di intervistare.
«Normalmente pensiamo al merito come a una cosa positiva. Vogliamo che persone qualificate vengano assegnate a ruoli sociali per le loro qualità, piuttosto che per nepotismo o corruzione. Ma il merito può diventare una sorta di tirannia, può diventare oppressivo, se la competizione meritocratica lascia indietro molte persone che si sentono escluse e disprezzate da chi ha successo. La problematica fondamentale è la convinzione che ciascuno di noi possa arrivare ovunque con le sole proprie capacità, come se non si partisse da una base diseguale, che andrà per tutta la vita, in un modo o nell’altro, ad influire sul nostro percorso».
«Non è facile riconoscere il lato oscuro della meritocrazia, soprattutto nelle società in cui stiamo cercando di superare la corruzione e il clientelismo. Noi abbiamo basato la nostra intera società sulla meritocrazia, eppure, andando ad osservare i dati, in alcune società è davvero complesso raggiungere il benessere divincolandosi dalla storia della propria famiglia. In Danimarca bastano 2 generazioni; negli Stati Uniti o in Italia ci vogliono ben 5 generazioni prima che un soggetto riesca a raggiungere il benessere autonomamente. Non viviamo all’altezza dei principi meritocratici che professiamo, e tendiamo a pensare che, sebbene siamo una società diseguale, sia sempre possibile crescere. Ma quello è un mito. È un mito perché si scopre che la mobilità non è un’alternativa all’uguaglianza. L’uguaglianza è una condizione della mobilità».
«Una delle fonti più potenti della reazione populista contro le élite è la sensazione, tra molti lavoratori senza laurea, che le élite li disprezzino. E questa è una lamentela legittima. Perché anche se la globalizzazione ha portato a disuguaglianze sempre più profonde e salari stagnanti, i suoi sostenitori hanno offerto ai lavoratori alcuni consigli incoraggianti. Hanno detto: se vuoi competere e vincere nell’economia globale, vai all’università. Ciò che guadagnerai dipenderà da ciò che imparerai. Quelli di noi che trascorrono le loro giornate nell’ambito del titolo di studio possono facilmente dimenticare un semplice fatto: la maggior parte dei nostri concittadini non ha una laurea. Circa i due terzi non ce l’hanno in Italia e negli Stati Uniti. È una follia creare un’economia che pone come condizione necessaria per una vita dignitosa una laurea che la maggior parte delle persone non possiede. E non è un caso che una delle differenze più profonde in politica nel comportamento elettorale odierno sia il divario tra coloro che hanno e coloro che non hanno una laurea».
«A volte si dà per scontato che l’unica alternativa all’uguaglianza di opportunità sia una sterile e oppressiva uguaglianza di risultati. Ma esiste un’altra alternativa. Quella che potremmo definire un’ampia uguaglianza democratica di condizioni. Con questo mi riferisco ad una società che consente a coloro che non raggiungono grandi ricchezze o posizioni di prestigio di vivere una vita dignitosa e decorosa, sviluppando ed esercitando le proprie capacità in un lavoro che gli garantisca stima sociale, condividendo una cultura dell’apprendimento ampiamente diffusa e deliberando con i propri concittadini sugli affari pubblici, avendo voce in capitolo».
di Domenico Barbato e Tonia Scarano
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