
Quando mi chiedono che lavoro svolgo, mi viene sempre istintivo rispondere: “sono” un giudice. Giudicare è una responsabilità tale che ti permea l’esistenza, ti invade l’anima. Perché quando emetti una sentenza, una misura cautelare, incidi sulla vita di un altro essere umano. Dietro le carte di un fascicolo c’è un problema o una sofferenza di un nostro simile. Proprio questa enorme responsabilità è l’essenza del lavoro di un giudice.
Ma va fatta una precisazione. È inevitabile che qualunque decisione si prenda, qualcuno resterà scontento. Ciò vale non solo nel processo civile, in cui vi sono due o più parti private che si confrontano, ma anche nel processo penale, in cui a fronte di un imputato vi è una persona offesa. Una parte dirà che il giudice è stato bravo ed ha capito tutto; l’altra che il giudice non ha letto le carte e non ha capito niente. Perciò, nel momento della decisione, non ci si deve preoccupare delle reazioni che la decisione provocherà; ciò che consente al giudice di sostenere il peso della decisione è la convinzione della correttezza formale e sostanziale del giudizio emesso. Ciò vale non solo per i magistrati che esercitano la funzione giudicante ma anche per i pubblici ministeri.
Indagare su taluni fatti, iscrivere una persona nel registro degli indagati, chiedere l’applicazione di una misura cautelare nei confronti di un soggetto ed esercitare l’azione penale sono tutte decisioni che possono avere un impatto devastante sulla vita delle persone. Ma questo non può fermare una indagine fondata; chi ha commesso dei reati deve subire la punizione prevista dalla legge, e chi ha subito il reato deve ottenere la giustizia che la legge gli riconosce. Sono proprio la delicatezza e la responsabilità delle decisioni che ogni giorno un magistrato prende a rendere questo lavoro meraviglioso e devastante allo stesso tempo. Già, perché il peso della decisione è devastante. Anche se si è convinti della decisione presa, se ne comprende l’impatto sulla vita delle persone. Personalmente, ogni volta che ho comminato un ergastolo, pur consapevole della correttezza della decisione, ho sentito un peso dentro per giorni; di fatto, ho deciso della vita di una persona. E tutte le volte che eseguono una misura cautelare che ho emesso, pur convinta della mia decisione, la sera prima non riesco a dormire; so che ci sono persone che il giorno dopo si sveglieranno e la loro vita non sarà mai più la stessa.
Allo stesso tempo il lavoro del magistrato è meraviglioso. Perché dà la sensazione di poter essere utile agli altri, di poter dare una consolazione ai torti subiti e fare giustizia di quelli fatti; in sintesi, di poter fare qualcosa per rendere migliore il contesto in cui si vive e si opera. Io credo profondamente nel concetto di giustizia, come strumento di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e come strumento di ricucitura di una pace sociale “rotta” dalla commissione dei reati. Ed è proprio in nome di questi ideali che tanti magistrati hanno dato la vita per il loro lavoro. Magistrati che, perfettamente consapevoli dei pericoli che correvano, hanno continuato a cercare la verità ed a perseguire la giustizia. Tra questi, Rosario Livatino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, sono stati per me degli esempi straordinari; sono morti quando io ero ancora una studentessa della Facoltà di Giurisprudenza ed hanno permeato le mie scelte.
Avevo sempre desiderato diventare un magistrato e le loro storie mi hanno dato la forza e la determinazione per studiare e provarci, anche quando sembrava tutto inutile, perché nonostante gli anni di studio, le prove scritte del concorso sembravano sempre insuperabili. E non dimenticherò mai la sera in cui – avevo finalmente superato gli scritti in magistratura e stavo preparando le prove orali, ma ero talmente stanca che mi sembrava che non sarei mai riuscita a studiare tutto e a superare il concorso – ascoltai in tv una intervista rilasciata da Ilda Boccassini ad Enzo Biagi, nel corso della quale il magistrato raccontava la sua scelta di lasciare la sua vita e la sua famiglia a Milano ed andare a Caltanissetta per indagare sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio. La forza, la determinazione, ed il senso di consapevolezza e soddisfazione che la Boccassini emanava – perché aveva fatto una scelta che le consentiva di fare in concreto qualcosa per rendere giustizia ai colleghi morti e ridare fiducia ai tanti cittadini onesti, che dopo le stragi avevano perso la speranza che le cose potessero cambiare – hanno travolto tutte le mie paure e la mia stanchezza. Ho passato la notte a studiare e non mi sono più fermata, ed ho superato il concorso.
Come allora, anche oggi, quando la stanchezza mi prende e mi fa dimenticare la meraviglia del mio lavoro, vado a rileggere gli scritti di Falcone, Borsellino, Livatino; loro non si sono fermati mai, neanche di fronte all’isolamento ed alla consapevolezza della condanna a morte emessa contro di loro. Il rispetto per il loro sacrificio impone a tutti noi di non arrenderci, anche quando siamo stanchi e demotivati, anche quando ci sentiamo isolati rispetto allo stesso Stato che rappresentiamo.
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