
Estate: per molti è sinonimo di vacanza e riposo, per altri è sinonimo di fatica e sudore. Solo in Italia, milioni sono i lavoratori costretti durante la bella stagione a lavorare sotto il sole cocente, spinti da condizioni economiche pessime, anche nelle ore più calde della giornata. Migliaia sono quelli che non godono di alcuna garanzia sindacale o salariale. Fra questi, ci sono i lavoratori edili e agricoli, muratori e braccianti, di cui nei mesi più caldi dell’anno sentiamo parlare, non per denunciarne le condizioni di lavoro, non per scioperi o proteste, ma perché quotidianamente muoiono, stramazzando a terra sfiniti e storditi dalle temperature. Ne sentiamo parlare senza avere però contezza di come e dove lavorino, in quali condizioni, chi siano e come vengano “assunti”. Per questo motivo Informare ha deciso di entrare in una piccola parte di questa realtà, per cogliere e denunciare il meccanismo malato di questo sistema, lasciato per lo più intatto da anni e spesso ignorato dalle autorità.

Per comprendere quali siano le reali dinamiche del caporalato ci siamo rivolti a Mohammed, un bracciante di 38 anni arrivato in Italia dalla Guinea, in Africa Occidentale, e che ogni mattina parte dalla provincia casertana per lavorare nei campi. Lo incontriamo di sera, al Centro Fernandes di Castel Volturno, fra decine di altri braccianti che hanno appena terminato il proprio turno di lavoro.
Mohammed, tu che lavoro fai e da quanto?
«Raccolgo pomodori, qui tutti lavoriamo in campagna. Io sono in Italia da 10 anni e ho sempre fatto questo. Non lavoro solo qui. A seconda della stagione mi sposto, lavoro anche nelle campagne di Foggia e della Calabria».
Come si inizia a lavorare in questo settore?
«Tramite amicizie. Trovi persone della tua stessa nazionalità che già lavorano e quindi la mattina ti portano con loro sulle piazzole per aspettare che il padrone venga a prenderti. Se sembri bravo ti sceglie, se sei effettivamente bravo resti con lui ed ogni mattina verrà a prenderti. Ci vuole tanta pazienza in questo lavoro, è dura».
Qual è la paga per i lavoratori come te?
«Dipende, appena sono arrivato in Italia prendevo 20-25 euro a giornata, dalla mattina alla sera. Ora, dopo 10 anni, mi hanno appena fatto un contratto, mi danno 40-50 euro al giorno. Anche gli orari dipendono dal posto in cui si lavora: quando sono in Calabria lavoro per 8 ore con una di pausa, mentre qui non ho pause».
Mohammed ci dice di lavorare, da contratto, per 7-8 ore al giorno, ma in verità quando parliamo con lui sono le ore 21 ed è appena tornato dal campo, stanco e sudato. Questo ci lascia intendere che probabilmente le ore di lavoro a cui i braccianti si prestano siano significativamente superiori alle otto. Ci dice che nei periodi più pieni si lavora in questo modo: alle 4 di mattina i braccianti vengono prelevati dal padrone per poi lavorare tutto il giorno. In alta stagione le pause sono poche, se non assenti, e per guadagnare anche qualcosa in più si resta fino al tramonto, per quanto il fisico lo permetta.
“Padrone”: è questo il termine con cui Mohammed si riferisce a colui che ogni mattina preleva i braccianti per portarli sui campi. “Padrone”: non ci è chiaro se della terra o dei braccianti stessi, e per Mohammed non sembra avere molta differenza. Ma una cosa ci è chiara: ogni mattina, braccianti, ragazzi, padri e figli di qualsiasi nazionalità si riuniscono nelle piazzole di sosta delle province di Napoli e Caserta per offrire il proprio lavoro e portare un misero stipendio giornaliero a casa. Ben poco sembra essere cambiato dall’epoca delle cafonerie nel Sud Italia di fine Ottocento: nessuna tutela, nessun interesse da parte delle autorità nel bloccare il fenomeno. Quando ci siamo recati sui posti e nelle piazze, dove i caporali “reclutano” personale, per verificare ciò che Mohammed ci aveva riferito, tutto è stato confermato. Abbiamo visto decine di migranti riuniti nelle piazzole, fra le 4 e le 6 del mattino, tra Giugliano e Villa Literno, ad aspettare i trattori o i furgoni dei padroni per lavorare nelle loro terre. Piazzole che vengono chiamate anche “Kalifoo Ground”.
“Kalifoo” è un vocabolo libico che potrebbe essere tradotto con “schiavo a giornata”, mentre “kalifoo ground” è lo stesso termine con il quale i lavoratori afrodiscendenti apostrofavano le piazze degli schiavi libici, e con cui attualmente definiscono le piazzole dove ogni mattina presto – anzi prestissimo – immigrati, spesso irregolari e senza documenti, si riuniscono aspettando il caporale o il padrone di turno per essere prelevati. Sono ghanesi, senegalesi, nigeriani, guineani, albanesi e rumeni che cercano di accumulare quanto più denaro possibile per sostenere la propria famiglia, da cui spesso vivono lontano.
Il VII rapporto della FLAI-CGIL su agromafie e caporalato, pubblicato nel dicembre del 2024, ci presenta dei dati a dir poco preoccupanti sulla condizione di un settore fondamentale per l’Italia come quello agroalimentare, che comporta entrate per oltre 70 miliardi l’anno. Più di 200mila lavoratrici e lavoratori operano in modo irregolare, lavorando più ore di quelle dichiarate o venendo pagati meno di quanto dovuto da contratto, le poche volte in cui il padrone di turno lo concede. Il tasso di irregolarità per i dipendenti è pari al 30%, superando il 15% relativamente all’intero settore agroalimentare, nel quale a rimetterci spesso sono migranti arrivati in Italia irregolarmente, senza documenti o permesso di soggiorno, considerati dei veri e propri fantasmi dal nostro Paese. Vista la natura irregolare di tali rapporti di lavoro, anche i dati, per quanto ufficiali o condotti da enti indipendenti, risultano compromessi ed in parte imprecisi, pur restando necessari a darci contezza dell’estensione del problema. Distintamente da quanto si possa pensare, il fenomeno non colpisce solo il sud, ma anche alcune regioni del nord, come la Lombardia, il Friuli, il Piemonte ed il Veneto, in cui il marchio Made in Italy, legato in particolare alle viticulture, nasconde spesso una realtà quasi del tutto sovrapponibile a quella rappresentata dal caporalato meridionale.
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