
L’essere umano si contraddistingue (forse) dalle altre specie viventi per la sua particolare capacità di pensare e di creare. Per forza nel tempo si sono intrecciati i concetti di etica ed estetica, due parole che, nei secoli, hanno guidato il pensiero umano, l’azione e la produzione artistica. Due assi portanti della civiltà, oggi sempre più fragili.
Guardiamo il nostro tempo e ci chiediamo: ci crediamo ancora? Sappiamo ancora credere e creare? Ad oggi i nostri pilastri vengono meno, viviamo un’epoca in cui i governi sembrano aver abbandonato il linguaggio del dialogo per abbracciare quello della forza, i tavoli diplomatici si svuotano, mentre le piazze si riempiono di slogan e violenza. L’etica, intesa come bussola morale condivisa, è spesso sacrificata in nome dell’interesse, dell’immagine, del potere.
D’altro canto è sempre stato così o semplicemente, oggi, ci è più difficile ignorarlo? Nel frattempo, anche l’estetica, il nostro modo di leggere la bellezza, di interpretare il mondo attraverso l’arte, oggi subisce una metamorfosi profonda. Le macchine generano immagini, scrivono racconti, compongono musiche, e in tal caso lo fanno anche benissimo. Ci sorprendono, ci affascinano, ci inquietano, ma soprattutto ci fanno chiedere: dove finisce la creazione e dove comincia la replica?
È ancora bellezza se è copia perfetta di qualcosa che aveva un’anima? Abbiamo ceduto la nostra volontà di crederci e creare alla macchina? È già cominciata l’ibridazione dell’uomo macchina? Nel concreto lo abbiamo visto con le immagini “in stile Studio Ghibli” create dalle intelligenze artificiale, tra l’altro molto carine. Ma sono emozione o simulacro? Hanno davvero qualcosa da raccontare o ci illudono con la nostalgia di un’estetica preconfezionata? Considerando sempre il tanto dolore spesso raccontato come animazione dallo studio Ghibli.
Stanley Kubrick l’aveva intuito con impressionante lucidità. HAL 9000, il computer di 2001: Odissea nello spazio, non è un villain da film di fantascienza, è il riflesso logico di un’umanità che ha delegato tutto, anche il pensiero, anche il discernimento. HAL non è cattivo: è efficiente. È ciò che resta quando si spegne la scintilla del giudizio umano. E allora la vera domanda non è se viviamo in un mondo etico o estetico. La vera domanda è: vogliamo ancora provarci? Siamo disposti a credere ancora nell’essere umano come essere pensante, creativo, responsabile? Siamo pronti a ricomporre i frammenti, a restituire senso all’arte e alla politica, alla tecnica e alla parola e alle organizzazioni umane? A tornare a ragionare non solo per reagire, ma per immaginare?
Perché non è la tecnologia a determinarci, è il modo in cui scegliamo di usarla. E non sono i governi a definirci. È la nostra capacità di immaginare il mondo in cui vogliamo vivere. La sfida è tutta qui: vogliamo ancora crederci?
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