
Dopo anni di attesa, presso l’ex Parco Rea, bene sequestrato negli anni ‘90 al clan Rea di Giugliano, inizieranno i lavori per la costruzione di un Ospedale di comunità. Sarà il secondo in Campania dopo quello di Bacoli finanziato con i fondi del PNRR, per un totale di quasi cinque milioni e mezzo di euro.
Ma cos’è un Ospedale di comunità? Quella degli ospedali e delle case di comunità è un’iniziativa relativamente giovane, sviluppata nel 2021 in seno alla Mission 6 del PNRR, che ha permesso all’UE di elargire ingenti fondi (un miliardo di euro stanziato per l’Italia) affinché queste soluzioni potessero rappresentare un’efficace valvola di sfiato per i sistemi sanitari nazionali, a fronte dell’eccessiva domanda di assistenza ospedaliera che nazioni come l’Italia hanno avuto grande difficoltà a gestire, soprattutto durante l’epidemia da Covid-19. Da qui l’idea di progettare strutture in grado di porsi a metà strada fra il ruolo svolto dal medico di famiglia e quello effettuato tramite il ricovero ospedaliero, così da offrire un’assistenza infermieristica continuativa, pubblica e di qualità a coloro i quali soffrono di patologie non particolarmente gravi ma che allo stesso tempo necessitano di monitoraggio e cure costanti. L’ospedale di comunità è quindi una struttura della rete assistenziale territoriale volta a costituire un’alternativa all’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) nei casi in cui questa non sia possibile, rappresentando così il futuro della medicina di prossimità in Europa.
Il progetto approvato per l’ospedale, e sostenuto fortemente dal consigliere con delega ai beni confiscati e alle politiche giovanili, Francesco Cacciapuoti, prevede la ristrutturazione di uno degli edifici appartenenti al complesso dell’ex parco Rea, confiscato nel 1998, per una superficie totale di circa 3000 m² calpestabili, distribuiti in uno stabile di ben tre piani. La struttura prevede sale d’attesa, mense e camere private per gli indigenti, oltre che reparti specifici per attività diagnostica e operazioni non invasive. L’apertura di un presidio del genere in un bene confiscato alla camorra, non solo è un atto carico di valore simbolico, ma rappresenta un ulteriore passo avanti verso l’adeguamento di realtà complesse come quella di Giugliano agli standard stabiliti dall’Unione Europea, finalizzati ad alleggerire il lavoro delle nostre strutture sanitarie, ormai eccessivamente sature e spesso ostacolate da difficoltà logistiche e organizzative non indifferenti. L’avvio dei lavori è stato sbloccato dall’atto di sanabilità concesso dal consiglio comunale di Giugliano, che ha reso il suolo del complesso, inizialmente agricolo, edificabile per pubblica utilità, tramite una forte collaborazione fra il Sindaco Nicola Pirozzi e l’Asl Napoli 2 Nord. L’inizio degli interventi di ristrutturazione è previsto per febbraio, e avverrà con la posa della prima pietra da parte delle autorità cittadine.
L’apertura dell’ospedale di comunità a Giugliano fa ben sperare per il futuro dei nostri territori; non si può dire lo stesso invece osservando dati e numeri, i quali ci mostrano una situazione disastrosa rispetto all’attuazione della Mission 6 al Sud, vero e proprio fanalino di coda dell’Italia nel campo dell’assistenza sanitaria: in Campania, delle 54 strutture previste, solo una è già effettivamente operativa, quella di Bacoli, mentre al di fuori della nostra regione gli unici presidi attivi nel Meridione sono in Molise (3), Sicilia (1) e Puglia (6). Il termine ultimo della Mission 6 è stato fissato al 2026; di conseguenza, se la matematica non ci inganna, entro il prossimo anno dovrebbero essere avviati, e contestualmente ultimati, i lavori di costruzione, ristrutturazione e apertura di altri 52 ospedali, volendo far riferimento unicamente a quelli previsti per la Campania. “Ai posteri l’ardua sentenza” diceva qualcuno, ma prima della conclusione del progetto abbiamo motivo di credere che questi numeri rappresentino già un vero e proprio fallimento per la nostra regione e per tutto il Sud Italia.
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