
La Sicilia si prepara ad accogliere la prima scuola al mondo, fuori dagli Stati Uniti, per la formazione di piloti F-35, viene spontaneo chiedersi se stiamo parlando di un traguardo oppure di una resa. L’annuncio, fatto dal ministro della Difesa Guido Crosetto a Decimomannu, in Sardegna, è stato accolto con entusiasmo da una certa narrativa politica, ma solleva interrogativi legittimi: perché l’Italia dovrebbe diventare una base operativa di addestramento per un aereo da guerra progettato e controllato in gran parte da Washington? La scuola siciliana sarà parte integrante della filiera strategica NATO, sempre più a trazione americana, e c’è il rischio che diventi un’ulteriore pedina nello scacchiere geopolitico di interessi che non sempre coincidono con la pace.
L’F-35 non è un semplice jet: è un sistema d’arma pensato per scenari di guerra asimmetrica, per interventi rapidi e offensivi, spesso fuori dal perimetro della difesa nazionale. Aprire una scuola del genere in Sicilia significa normalizzare la militarizzazione del territorio e abituarsi all’idea che l’Italia sia una piattaforma logistica per ulteriori missioni che potrebbero non avere nulla a che fare con la sicurezza reale del nostro Paese e di altri.
Il ministro Crosetto rivendica con fierezza che l’Italia, insieme al Giappone, è l’unico Paese dove gli F-35 vengono assemblati fuori dagli Stati Uniti, il sito di Cameri, in Piemonte, gestito da Leonardo, continua a crescere come nodo chiave di quello che è il programma militare più costoso mai realizzato.
La vera domanda oggi non è se siamo protagonisti o subappaltatori: è se vogliamo davvero continuare ad alimentare una logica di guerra che si fa sempre più concreta, più vicina, più pericolosa. Quando la nostra industria partecipa a un progetto deciso altrove, in cui ogni aggiornamento e persino l’uso operativo restano sotto stretto controllo statunitense, parlare di “sovranità” suona quasi come una copertura diplomatica.
Nel frattempo, il Documento programmatico pluriennale 2024-2026 prevede l’acquisto di altri 25 F-35, con un investimento complessivo per la guerra che toccherà i 7 miliardi di euro entro il 2035. Tutto questo in un Paese dove la sanità arranca, le scuole cadono a pezzi e i trasporti pubblici sembrano un miraggio. Davvero la risposta alla crisi globale è rafforzare la nostra capacità bellica? O forse dovremmo iniziare a chiederci, con urgenza e onestà, se continuare a investire in strumenti di guerra non significhi solo prepararci e abituarci ad un conflitto che nessuno, davvero, dovrebbe volere?
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