
Ci sarà sicuramente capitato di sentir parlare di alcune piattaforme che offrono servizi online, o di utilizzarle talvolta noi stessi. Dal food home delivery ai servizi di car sharing come Uber e copywriting. Potremmo dire che queste nuove forme di lavoro ibrido occupano man mano un ruolo sempre più rilevante nelle nostre vite. Ma quali sono le peculiarità di questi impieghi per chi decide di “candidarsi” come rider di Uber o traduttore da remoto? Sicuramente la campagna pubblicitaria di recruting di alcune di queste piattaforme fa leva su due aspetti principali: libertà di scelta e facilità del compito da svolgere.
Queste nuove forme di lavoro fanno infatti parte del cosiddetto “capitalismo delle piattaforme”, dove il sistema capitalista viene appunto applicato attraverso l’utilizzo di piattaforme social. La libertà da un capo promossa dalle campagne di promozione per la ricerca del personale, è infatti una libertà fittizia, dove il datore di lavoro non è una persona fisica, ma un algoritmo che decide ritmi, tempi, orari e condizioni di lavoro.
Se il capo di un’azienda diventa dunque un algoritmo, come cambiano i rapporti di produzione e di contrattazione collettiva? Proprio di questo abbiamo parlato con il dottor Alessio Bertolini, postdoctoral researcher del progetto Fairwork. Situato nell’università di Oxford, si propone come obiettivo quello di valutare attraverso un lavoro di action research le condizioni lavorative offerte da queste piattaforme.
Come è nato il progetto e di cosa si occupa?
«Il progetto è nato nel 2018 da un’idea del professor Graham, docente di Geografia dell’Internet presso l’Università di Oxford. Fairwork significa letteralmente lavoro giusto, e si pone come obiettivo il miglioramento delle condizioni di lavoro delle piattaforme digitali attraverso quelli che sono i principi del fairwork:
Attraverso questi principi le piattaforme vengono studiate e comparate e viene loro attribuito un punteggio da 0 a 10 in merito al rispetto dei diritti dei lavoratori».
Ad esempio?
«Osserviamo le politiche di protezione dati, le forme di assicurazione e di infortuni sul lavoro, la paga salariale offerta e se vengono adottate o meno politiche di antidiscriminazione. Queste ricerche vengono rese pubbliche e sono state in più occasioni riprese da varie testate giornalistiche, con la finalità di mettere in luce quali sono le reali condizioni di lavoro che queste imprese offrono in tutto il globo»

Diversamente da un’inchiesta sul campo, come ci si comporta quando ad essere analizzata è una piattaforme online? Chi risponde della politica di Uber ad esempio?
«A parlare per la piattaforma sono i loro CEO o persone direttamente coinvolte, i sindacati anche, se presenti. In linea generale cerchiamo sempre di instaurare un dialogo costruttivo con le piattaforme che analizziamo: mettiamo in luce quelle che sono le loro problematiche di gestione del personale e cerchiamo un cambiamento se possibile».
Di quali piattaforme vi occupate principalmente?
«Al momento analizziamo più di 160 piattaforme sparse in tutto il mondo. Inizialmente il progetto si soffermava solo su due paesi: l’India e il Sudafrica. All’inizio del 2020 sono state aggiunte la Germania e il Regno Unito ed oggi Fairwork vede la sua presenza in ben 38 paesi del mondo. Facciamo una prima differenza tra piattaforme di location lanes ed offlines, distinte dalla richiesta della presenza fisica della persona. Nel primo caso parliamo di lavori svolti da casa, come servizi di traduzione, nel secondo caso invece si è impiegati fisicamente nel luogo del lavoro, che sia il driver o i servizi delivery. Una parentesi è occupata dal cosiddetto cloud work, cioè quel tipo di lavoro che può essere svolto online da tutti (traduttori, consulenti, servizi di contabilità o anche attività meno qualificate, come riconoscimento immagini, etc)».
Entrando più nello specifico, che definizione potremmo dare di capitalismo delle piattaforme ad un pubblico non esperto?
«Il capitalismo delle piattaforme è una forma di evoluzione del capitalismo in cui le imprese dominanti sono appunto queste piattaforme digitali che organizzano la produzione di determinati beni e servizi. Ne creano il mercato e fungono da datori di lavoro. Ma date le condizioni e il dispendio di risorse bisogna chiedersi anche se questi modelli di business siano effettivamente sostenibili».
In che modo la vostra ricerca impatta nella vita dei lavoratori e delle aziende?
«Dato che le informazioni prodotte da Fairwork sono pubbliche e accessibili a tutti. Va da ciò che è nell’interesse delle aziende dunque intervenire nei campi da noi evidenziati come critici, soprattutto per una questione di reputazione».
A seguito del nostro intervento molte aziende hanno introdotto politiche anti-discriminatorie, assicurazioni contro gli infortuni, salario minimo vitale e volontà di comunicare con i sindacati»
Dottor Alessio Bertolini, postdoctoral researcher del progetto Fairwork.
Il passo da compiere verso il cambiamento deve essere adottato dai cittadini o “dall’alto”?
«Il ruolo dei consumatori in questo è fondamentale: è nelle loro mani in potere di alimentare o fermare queste forme di sviluppo non sostenibile per il lavoratori, iniziare al consumo etico dunque. Ciò però non sminuisce l’impatto che avrebbe l’introduzione di una legislazione efficace ed in grado di garantire tutele ai lavoratori»
Qual è la visione globale di questo fenomeno? Qual è il futuro di queste piattaforme?
«Sicuramente la visione globale mette in luce il fatto che non viviamo in un mondo molto giusto. Queste piattaforme sfruttano i lavoratori del sud globale, ed è proprio in questi paesi che si hanno difficoltà ad introdurre maggiori legislazioni. I lavoratori in questione provengono dal mercato del lavoro informale dove probabilmente avranno lavorato a condizioni anche peggiori. Il futuro delle piattaforme rischia di portare al tracollo dei diritti del lavoratori se i consumatori e le istituzioni non intervengono a tal proposito»
di Valeria Marchese
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