
Fare impresa al Sud significa spesso muoversi in un percorso a ostacoli, dove burocrazia, solitudine istituzionale e contraddizioni sociali si intrecciano con la voglia di riscatto. Lo racconta Francesco Basile, imprenditore napoletano di 36 anni, nato e cresciuto a Scampia, oggi a capo – insieme al socio Aniello Ciabatti – di tre aziende attive nel settore tessile, nei servizi alberghieri e nelle ristrutturazioni. «Vengo da una realtà difficile, da uno dei quartieri più poveri di Napoli, dove ognuno nasce già giudicato. Vedere qualcuno che ce l’ha fatta lavorando onestamente dovrebbe essere un esempio, ma per alcuni purtroppo non lo è», spiega.
Gli anni delle faide offrivano percorsi facili e pericolosi: «La tentazione di scegliere la via sbagliata c’era, la paura no. Vedevi ragazzi guadagnare in un giorno ciò che un padre portava a casa in un mese. Era facile sentirsi uno scarto». La sua scelta è stata diversa: «Ho voluto fare soldi, ma in modo pulito. Il mio esempio è stato il mio socio, non il boss del quartiere. Con lui ho imparato cosa significa essere imprenditore». Oggi Basile gestisce TrasformTessile, La Fenice (lavanderia industriale), Ermes (servizi integrati per hotel: pulizie, giardinaggio, manutenzione) e una società immobiliare specializzata in ristrutturazioni.
Dietro ai risultati, però, si nasconde una realtà dura: «L’imprenditore lavora 15-16 ore al giorno, non dorme la notte, non ha ferie né pause. Ogni errore può lasciare persone senza lavoro. Se tornassi indietro, non farei l’imprenditore. Non si vive, e devi difenderti da chi dovrebbe aiutarti». Le frustrazioni si concentrano nel rapporto con le istituzioni: «La burocrazia ti blocca. Se perdi tempo, perdi clienti, e quindi posti di lavoro. Lo Stato ti permette di assumere migranti regolari, ma poi le banche non gli aprono il conto. Io, per legge, non posso pagarli in contanti e li perdo così, uno dopo l’altro». Le contraddizioni emergono anche nei rapporti di lavoro: «Una nostra dipendente ha lavorato un mese ed è in malattia da cinque. La sera pubblica video in cui lavora nei locali. Non posso licenziarla né usare quei contenuti come prova. L’imprenditore oggi è vittima sia dei dipendenti che delle leggi».
Il paragone con il Nord è inevitabile: «A Milano le aziende hanno tempo e margine per sistemare le cose. Al Sud no, qui ti chiudono subito». Al peso burocratico si aggiunge un contesto sociale fragile: «A molti ho negato il posto perché volevano lavorare in nero per non perdere il Reddito di cittadinanza. Lo Stato ha buone idee, ma non le applica come dovrebbe». Nonostante tutto, l’umanità del suo quartiere resta un punto di forza: «Mia madre vive ancora a Scampia. Lì fanno la colletta per chi ha bisogno. È un’umanità che non si racconta mai. Il Sud non è solo malavita».
Con il successo non si può tornare indietro: «Ti giochi tutto: la tua immagine, i tuoi dipendenti, i tuoi clienti. Non puoi mollare perché lasci per strada decine di famiglie. Se sbagli, rovini tutto. È una prigione dorata. Per emergere devi lottare ogni giorno e fare scelte giuste». E quelle scelte, conclude, non sempre vengono comprese: «Spesso non sono apprezzate solo per il marchio che portiamo addosso, noi meridionali».
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