
Lorena Quaranta aveva 27 anni quando il fidanzato Antonio De Pace l’ha strangolata a mani nude. Un caso di femminicidio che torna far parlare di sé ma non per avvenuta giustizia. Anzi, il condannato all’ergastolo potrebbe subire un annullamento della condanna perché, a detta della Cassazione, De Pace al momento dell’omicidio era “stressato dalla pandemia”.
Lorena Quaranta, siciliana di Agrigento, conviveva con Antonio De Pace appena fuori Messina. Ai tempi della convivenza lui era infermiere iscritto al primo anno di odontoiatria mentre Lorena stava per laurearsi in Medicina. Il 30 marzo 2020 Antonio uccide la propria fidanzata durante una lite perché convinto che gli avesse “attaccato il Covid”. In seguito al delitto, De Pace tentò prima il suicidio, poi avvertì i carabinieri confessando l’omicidio. La sentenza che gli spettava sembrava chiara: condannato all’ergastolo.
Tuttavia, attualmente la Cassazione sembrerebbe voler annullare la condanna per il caso di femminicidio di Lorena Quaranta; per la Corte «i giudici di merito non avrebbero verificato se la specificità del contesto, il periodo Covid e la difficoltà di porvi rimedio costituiscano fattori incidenti sulla misura della responsabilità penale». La Corte Suprema, inoltre, ritiene che Antonio De Pace, benché in grado di intendere e di volere al momento del delitto, non fosse stato in grado di «contrastare lo stato di angoscia del quale era preda». Il condannato, dunque, non è stato assolto ma il timore che ciò possa accadere ha delle basi solide e molto profonde.
Proprio come nel femminicidio di Lorena Quaranta, a Riccione, nel 2016, anche Michele Castaldo uccise strangolando a mani nude la ex Olga Matei. Castaldo non accettava la fine della relazione e fu mosso da sentimenti di gelosia. Al primo appello la Corte d’assise tentò di dimezzare la pena da 30 a 16 anni dichiarando l’imputato vittima di una «soverchiante tempesta emotiva». Una sentenza che venne aspramente criticata dall’opinione pubblica e che portò ad un appello bis nel 2019.
Nel secondo processo, La Procura generale di Bologna chiese la conferma della sentenza di primo grado, cioè della condanna a 30 anni per Castaldo, ai tempi 57 anni e operaio, reo-confesso dell’omicidio di Olga Matei, uccisa a 46 anni, commessa di origine moldava con cui aveva avuto una relazione durata a malapena un mese. Una sentenza che di certo non servì a riportare Olga indietro ma che a detta della sorella della vittima, Nina, fu utile a rispettare la memoria di Olga e a darle la giustizia che meritava.
Sono infiniti i modi attraverso i quali si cerca di spiegare il fenomeno del femminicidio, ricollegandolo a termini come raptus di rabbia, eccesso d’amore, crollo dell’autostima, “tempesta emotiva” o “stato d’angoscia”. Forse è giunto il momento di smetterla di cercare giustificazioni, perché il femminicidio non ne ha. Tuttavia, una possibile spiegazione c’è. Si rifà ad una radicata convinzione che si rimanda da epoca ad epoca: le donne “appartengono” sempre a qualcuno. Che sia un genitore, un compagno, un marito o un datore di lavoro; la donna fa ancora difficoltà a mostrarsi per ciò che è. Una persona autonoma, libera, che non esiste in funzione della vita altrui.
A discutere sull’argomento sono in tanti. La storica e ricercatrice francese Christelle Taraud definisce il femminicidio come parte di un “continuum femminicidario” e lo considera un crimine d’odio identitario. Taraud evidenzia come questi crimini non siano solo atti di violenza fisica ma attacchi alla stessa identità femminile, sostenendo che riconoscere e combattere le disuguaglianze strutturali è essenziale per fermare il femminicidio.
D’altra parte la sociologa italiana Silvia Federici, ha sottolineato l’importanza di comprendere il contesto storico e culturale della violenza di genere. Secondo Federici, molte delle norme e delle pratiche storiche, come la caccia alle streghe e le leggi patriarcali, hanno contribuito a formare un modello di femminilità sottomessa che persiste ancora oggi. Federici insiste sull’educazione e il cambiamento culturale come strumenti fondamentali per contrastare la violenza sulle donne.
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