
Conosciute come “le donne di Forcella”, una grande fucina all’ombra del Vesuvio in uno dei quartieri più popolari di Napoli, portano in scena le loro emozioni. Donne energiche, donne con storie forti alle spalle e sentimenti vivi. Sono la spina dorsale dell’associazione Femminile Plurale, fondata da Marina Rippa, ormai più di dieci anni fa.
Donne che hanno un vissuto collettivo fatto di prove, risate, commozione, teatro e confronti. Donne che formano un gruppo stretto come trame di un’armatura, che dedica al teatro la propria carne e le proprie storie. Il progetto, tra i più delicati e necessari che la teatralità partenopea ha generato, dura dal 2007 pur tra distrazioni istituzionali e sostegni intermittenti.
Ma si va avanti comunque, grazie alle persone e ai luoghi che comprendono il valore di quest’esperienza, decidendo di ospitarli. Così come ci racconta la stessa Marina: «Nino d’Angelo mi chiamò nel 2007 (all’epoca era il direttore del Trianon), mi aveva conosciuto perché io avevo fatto un lavoro di drammaturgia del corpo in uno spettacolo in cui lui era protagonista, gli era piaciuto come lavoravo. Io mi occupavo di pedagogia del corpo, e mi chiese cosa si potesse portare per il quartiere. All’epoca lavoravo in un istituto femminile, quindi pensai subito agli adolescenti che escono dalle scuole medie e alle donne. Presentammo entrambi i progetti alla Regione e vinse il secondo. Come un segno del destino ho subito pensato che Forcella potesse essere la nostra casa».
E così il quartiere inizia ad abbracciare le donne. Dando loro la possibilità di abitare posti magnifici, ci raccontano sé stesse e i luoghi che le ospitano. E soprattutto consentendole di avere finalmente una voce, che merita ascolto. Poter prendere coscienza di sé per ribadire la propria presenza, la propria dignità e il proprio talento. Bisogna partecipare, e non assistere, per riuscire a entrare veramente nello spirito del progetto. Nonostante le sue complessità.
«Loro si sono avvicinate al teatro, un po’ chiamate da qualche amica. È un posto dove si sentono ascoltate, è un posto d’espressione. Ecco perché, anche se non cercano attività teatrali al di fuori di questa, perché magari non sono del tutto appassionate a quest’arte, quest’attività se la tengono ben stretta. Tra di loro ci sono delle personalità molto forti per cui è complesso alle volte gestirle, ma in fondo non se ne vanno perché sono legate da un collante molto più solido. E così è arrivata anche la comprensione da parte delle famiglie…». Quello che colpisce è che persone che non pensano di avere tempo, quando scoprono che facendo un lavoro su sé stessi si affrontano meglio le altre cose della vita, difficilmente poi ci rinunciano.
«A me o’ teatro me ha cagnato a’ vita, faccio sempre le stesse cose però le faccio in modo diverso, cioè come se potessi anche sopportare tutto ciò che non posso cambiare nella vita, perché per fortuna ho questo spazio protetto di elaborazione». Uno spazio che è diventato il posto sicuro per tutte le donne che ne fanno parte, anche se inizialmente alcune di loro avevano difficoltà di vario tipo: oltre che il far combaciare i lavori domestici con il teatro, alcune non riuscivano a far accettare quest’attività ai loro mariti. «Una volta mio marito – afferma una di loro – mi disse “Scegli o me o il teatro”. Io, ovviamente, scelsi il teatro». Ci sono mogli che non possono spegnere il telefono perché hanno genitori malati o figli a cui badare, ma si va avanti sempre e nonostante tutto, come se fosse ormai diventata un’arteria principale. Come ci dice anche Rosetta, una partecipante al gruppo: «Io ho iniziato con le mie due amiche del cuore, Susy e Antonella. In questo progetto non c’è solo il teatro, qui dai tutte le tue emozioni parlando di te stessa. Noi ci mettiamo in gioco con le cose nega- tive e positive della nostra stessa vita. La cosa importante dello stare qui è proprio lo stare in gruppo, cercando di non chiudersi mai. Song convint c’à int’a vita appena t’è chiur allor è là che se more».
Femminile Plurale si contraddistingue per i legami intensi che riesce a creare con chi li vive. Marina Rippa è riuscita a portare fuori da case che hanno visto spesso grossi occhi in lacrime – per eventi o situazioni che spesso non fanno vivere al meglio il quartiere – donne che si sono contraddistinte per i loro sentimenti di forza. Creando molto più di un semplice teatro ma una vera e propria famiglia. Continua un’altra donna: «Una cosa detta tra di noi viene custodita gelosamente da tutte, quello che raccontiamo sono le nostre storie. Qui ci si può esprimere non come madre, moglie o quel che sia, qui sei tu».
Seppur un quartiere così ricco di storia, arte e vitalità, Forcella sembra non essere un luogo molto “ospitale” per quest’arte: alcune delle donne, infatti, confessano anche alcune derisioni che hanno dovuto affrontare, ma sempre a testa alta. Per la maggior parte di loro, il teatro è stato lo strumento di scoperta, la luce in mezzo alle tante ombre che questo quartiere possiede. «Ho abitato qui per 30 anni, ho iniziato a vivere il quar- tiere grazie al teatro. I primi anni che mi sono trasferita la mia finestra ha visto tante lacrime, non ci volevo stare. Non accettavo le ingiustizie e i mali della vita. Poi dopo un po’ mi sono arresa allo stare qui. Scopri- re questa’associazione mi ha fatto sentire salva» afferma una di loro.
Si può essere sicure e libere essendo fragili? Esprimere le proprie emozioni e metterle in scena, non si parla solo di attrici teatrali ma di donne che sanno mettersi a dura prova esprimendo la propria forza attraverso l’espressione teatrale. Ognuno di noi lotta con la propria guerra personale, ma facendolo insieme, creandosi la propria medicina per mantenersi vivo.
Si ringraziano: Amelia Patierno, Anna Liguori, Anna Manzo, Anna Marigliano, Anna Patierno, Antonella Esposito, Flora Faliti, Flora Quarto, Giustina Cirillo, Giusy Esposito, Ida Pollice, Iolanda Vasquez, Melina De Luca, Nunzia Patierno, Patrizia Iorio, Rosa Lima, Rosa Tarantino, Rosalba Fiorentino, Rossella Cascone, Susy Cerasuolo, Susy Martino, Tina Esposito.
Articolo a cura di Luisa Del Prete e Martina Amante / ph. Sara Petrachi
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