
Il cuore di un napoletano respira all’ombra del Vesuvio. Le strade della città sono vene e arterie, noi ne siamo il sangue. Nei secoli, ai piedi di questo vulcano, si è consumata la vicenda umana di migliaia di artisti che hanno dedicato il significato della loro vita a Napoli. Felicemente, non solo ne sono stati il sangue ma anche le ali.
Gentileschi, Caravaggio, Giordano, Sanmartino – alcuni dei nomi di nostri artisti e artiste irraggiungibili. Santi, madonne, cristi. Velature, pietà e crocifissioni. Oggi invece l’arte contemporanea vuole dissacrare totalmente ogni simbolo religioso, riportando nelle sue forme messaggi di forte denuncia sociale. Murales e santini, graffiti e preghiere: Napoli è da secoli l’epicentro di ogni cultura, un campo di studio a cielo aperto dove nasce nuova linfa vitale dalle contrapposizioni di ogni giorno. Non poteva che fiorire così tanto anche qui, quindi, l’arte muraria. Che non significa imbrattare i muri con opere di dubbia bellezza e significato ma esaltare il significato e la vita di certi luoghi, talvolta cambiandoli in meglio.
È al centro storico di Napoli che si consuma la contrapposizione forse più evidente e ricorrente nella città: quella tra sacro e profano. Le contraddizioni umane trovano riscontro anche nell’arte delle strade e l’arte risponde contrapponendo due mondi all’apparenza tanto distanti tra loro. Così a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, in Via dei Tribunali troviamo due murales tanto diversi quanto simili. La Madonna con la pistola, capolavoro dello street-artist di fama internazionale Banksy, e il murales di Salvatore Benintende – in arte TvBoy – che rappresenta un Pino Daniele con le ali da angelo comparso poco dopo la morte del cantautore, avvenuta nel 2015.
In entrambe le rappresentazioni notiamo un dettaglio, sfuggente ma rilevante: per quanto le due iconografie ritraggano due soggetti distanti, vi è l’influenza di una realtà sull’altra. La Madonna, figura più venerata nel cristianesimo dopo la Santissima Trinità, è raffigurata con un revolver nell’aureola. Un dettaglio sconcertante, che vede un’arte che tira in basso la madre di Dio, da un mondo celeste ad uno reale dove assieme alla bellezza esiste ancora il male.
La stessa arte invece porta nell’alto dei cieli Pino Daniele, figlio della Napoli popolare degli anni Settanta e Ottanta, che con i suoi ritmi blues ha fatto impazzire ragazzi e ragazze di molte generazioni.


Pinotto si trova all’angolo tra un robivecchi e un piccolo baretto, spesso è decorato con fiori, altre volte è soggetto all’incuria del tempo e degli uomini. Forse perché non avrà lo stesso valore economico del lavoro di Banksy, suo vicino, protetto invece sotto una teca di plexiglass per renderlo anche un’attrazione turistica? Chissà. Pino non se ne importa, con le sue ali vola alto e si erge a santo umano, assieme a tutti i personaggi del nostro viaggio.
Perché è proprio così: con la nuova iconografia napoletana gli uomini e le donne della storia di Napoli, i figli del Vesuvio, sono diventati soggetti di un simbolismo sacro. E sfidano, o meglio si affiancano a icone votive, chiese, statue e raffigurazioni sacre che caratterizzano le nostre vie da secoli. Poco più avanti i murales di Pino e la Madonna, lo street-artist Jorit Agoch rappresenta San Gennaro col volto di un operaio, a Forcella. Un richiamo morale all’inarrivabile Caravaggio, che trecento anni fa proprio qui rappresentava santi e madonne avendo come modelli poveri e prostitute: non parliamo solo degli ultimi della società, ma anche di personaggi che per gli ultimi e per il popolo che soffre significano tanto. Talvolta proprio questi diventano santi, senza dover imitare nessun Dio.
Di Jorit, più avanti ancora troviamo l’ultimissimo murales concluso da pochi mesi: colora il fianco di uno dei grattacieli del tetro e freddo Centro Direzionale con i volti di Massimo Troisi, Pino Daniele e Maradona – il dio umano, come scrive lo stesso artista alla base di un’altra opera nel rione Bronx.
Murales che diventano soggetti di veri e propri pellegrinaggi, come accade con il Maradona ai Quartieri Spagnoli, dipinto dopo lo scudetto nel ’90 da un giovane artista di ventitré anni, Mario Filardi. Realizzò il murales in due notti e tre giorni, e da allora è soggetto a restauri per preservarne forma e colore. L’ultimo artista ad aver collaborato al restauro del suo volto è l’argentino Francisco Bosoletti, che nel 2017, nello stesso Largo che oggi ospita il “tempio” a Maradona, dipinse Iside Velata. Si erge imponente, eppure pochi cercano e osservano il murales che ritrae la Pudicizia scolpita nel 1752 da Corradini per la Cappella di San Severo. Anche lei si contrappone, idealmente, al Maradona raffigurato fatto santo.
Poco più giù, nelle vie dei Quartieri, chissà cosa avrebbe pensato il Professor Bellavista del suo murales, ad opera di Michele Quercia e Francesca Avolio. “O pallone mmiezo ‘e machine”, questo il titolo dell’arte che ha invaso una vecchia icona votiva del quartiere e l’ha sostituita col volto del grande filosofo napoletano, diventato perfino cittadino onorario della capitale della filosofia classica, Atene. Assieme a lui tanti bambini, scugnizzielli, che cercano di recuperare un Super Santos incastrato. Una scena che ci sembra quasi di sentire.
Leticia Mandragora, in Via Sergente Maggiore, ha realizzato un’opera in onore di Eleonora Pimentel Fonseca. Nel suo stile il volto di Fonseca è blu, mantenendo vivido il castano dei suoi occhi. Il suo sguardo è deciso, quello di un’eroina che ha fatto la storia di questa città con la Rivoluzione del 1799 contro la monarchia, ma che non viene sufficientemente ricordata.
Allontanandoci dal centro, nacque a pochi passi da Piazza Ottocalli Enrico Caruso, nome di peso lanciato in tutto il mondo grazie alla sua grande voce. Lui è nato dal nulla: figlio di una famiglia operaia, lavorava in fonderia col padre prima di scoprire la sua passione per le arti e la musica. È la prova che il genio può nascondersi dappertutto, e quando nasce dal sacrificio è ancora più forte e bello. Nel quartiere San Carlo All’Arena, lo street-artist Corrado Teso ha immortalato Caruso nei suoi 145 anni. Pochi anni fa, a opera di liberi privati e comitati cittadini, ha preso forma la Casa Museo nella dimora natale del grande tenore, per tenere viva la sua memoria storica.
Questa è solo una piccola finestra sull’arte che non è mai ferma ma è viva e cambia costantemente. Perciò per comprenderla tutta bisogna vivere costantemente le strade di Napoli, per cui forse non basterebbe una vita. Il loro senso è dare speranza a tutti, di riscatto, di futuro. È nella nostra anima, da millenni ad oggi. E se ci sono riusciti loro, mascalzoni, scugnizzi, ribelli, è difficile ma non impossibile farlo ancora.
Di Ciro Giso
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