
Allieva di Jasper e Heidegger, costretta a fuggire dalla Germania nazista nei primi anni trenta e donna che non amava definirsi “filosofa”: diamo uno sguardo al pensiero di Hannah Arendt. Nata ad Hannover, in Germania, nel 1906, è costretta a lasciare il paese con l’avvento del nazismo dei primi anni ’30. Si rifugerà col marito prima in Francia ed in seguito negli Stati Uniti.
Hannah Arendt si è mostrata, sin dai suoi primi scritti, sostenitrice del sionismo, cioè il movimento che sostiene il ritorno del popolo ebraico in Palestina dopo la diaspora. È una donna filosofa che non ama definirsi “filosofa”, si ritiene infatti una teorica (o pensatrice) della politica. Sostiene infatti che la carenza del pensiero politico abbia favorito le grandi catastrofi politiche del ‘900, ovvero il nazismo e lo stalinismo (considerando il fascismo come un totalitarismo “imperfetto” a causa dell’influenza della Chiesa). La carenza di analisi politica ha caratterizzato la diffusione di queste degeneri forme di governo, con tutte le conseguenze della storia.
Nel suo definirsi teorica della politica prende le distanze da Heidegger, il filosofo per eccellenza del ‘900 che ha riscoperto l’esistenzialismo.
La prima opera di Arendt è una biografia di una donna della Berlino ottocentesca, vi sono narrate le difficoltà di essere una donna ebrea all’epoca. Tra Arendt e l’ebraismo c’è tutta una serie di analisi critica, un’indagine politica e culturale che però non abbraccia il tema dell’emancipazione femminile.
L’epoca in cui Arendt scrive sono anche gli anni della rivendicazione del pensiero femminile (ricadiamo negli stessi anni Simone De Beauvoir), che però affronterà sempre con distanza. Infatti, Arendt non considera la questione di genere il punto di partenza per la revisione del pensiero politico e la ricostruzione della società. Bensì sostiene che quest’ultimo rientri all’interno della rivendicazione della libertà che deve essere portata avanti da tutti gli uomini.
Nel suo testo più celebre, Arendt prova a rintracciare le origini storiche del totalitarismo. Le prime due caratteristiche del totalitarismo sono individuate in:
Il totalitarismo per Arendt rappresenza dunque il fallimento della politica e della democrazia. L’imporsi dei regimi totalitari senza precedenti nella storia è dovuto al fatto che le masse del ‘900 sono state veicolate in maniera numerica all’interno di sistemi totalizzanti, concezioni e riflessioni storiche che ci fanno riflettere tutt’oggi.
Quest’opera nasce dall’esperienza di Arendt come intellettuale osservatrice del processo ad Eichmann. Il libro raccoglie articoli che la pensatrice scrisse per il New Yorker e altre riflessioni politiche. È dunque un testo che nasce sul campo del processo del secolo, cioè il processo del carnefice che contribuì all’elaborazione della “soluzione finale”.
Eichmann rappresenta i gerarchi nazisti per la decisione dello sterminio degli ebrei, egli però era riuscito a fuggire durante l’operazione Odessa e rifugiarsi in Argentina. Mendeleev fu uno dei principali gerarchi nazisti a sfuggire al processo Norimberga, ma se la sorte ha permesso a Mendeleev di sopravvivere (con i soldi guadagnati dai soprusi negli ebrei), la stessa non accompagnò Eichmann, che fu rapito dai servizi segreti israeliani in Argentina. Fu condotto a Gerusalemme e costretto a sedersi al banco degli imputati come artefice della Shoah.
L’opera parte da una considerazione molto amara, Arendt scrive che questo processo rovescia il termine del “male radicale” (di reminiscenza kantiana), al quale si affianca il “male banale”. Eichmann si presenta al banco con un tono dimesso, quasi da piccolo impiegato, un burocrate della morte che ha scelto di difendersi sostenendo l’obbedienza all’ordine.
Emerge dunque il tema della macchina della burocrazia, dell’intellettualità, i quali vengono assorbiti all’interno dell’ingranaggio della morte, dinanzi alla formazione sempre più nitida di una società senza empatia, alla presa del male banale, quello perpetrato senza una motivazione vera, senza tantomeno una dedizione, ma solamente dato alla passività allucinante.
Il male banale può essere compiuto da chiunque decida di abdicare alla propria ragione, è il male di coloro che non scelgono di pensare con la propria testa, che rinunciano al pensiero critico e si tramutano in ingranaggi servitori.
In politica servirà sempre il coraggio di dire di no, di opporsi ad una politica senza morale e di violenza. Il processo ad Eichmann ci dimostra questo, in quanto la Shoah rappresenta la politica dell’obbedienza cieca. In politica bisogna anteporre la moralità alle azioni, non ci si può ridurre ad automi e robot, e questa risulta esser ancora oggi l’unica soluzione al totalitarismo.
di Valeria Marchese
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