
La prima de La canzone che ti devo della cantautrice napoletana e internazionale FLO al Teatro della canzone napoletana di Napoli Trianon Viviani con Ernesto Nobili e Federico Luongo alle chitarre, Francesco Di Cristofaro con flauti, fisarmonica e baglamash e Arcangelo Michele Caso al violoncello.
FLO, Floriana Cangiano, è l’artista di radici napoletane più eclettica e cosmopolita che si possa mai incontrare nella propria esperienza musicale e poetica. Studia al Conservatorio di Napoli San Pietro a Majella e, attraverso la scoperta di culture lontane e vicine alla sua, crea arte, narrando le emozioni di questo mondo e dando al pubblico atto di una grande rivoluzione: quella personale.
Seguire il proprio istinto, la propria passione è l’azzardo più naturale che si possa decidere di praticare e, oggi, se questa donna non avesse dato alla sua voce interiore lo spazio di cui questa necessitava, insistendo contro lo sminuimento fatto non di rado alle aspirazioni artistiche, non avremmo potuto esperire de La canzone che ti devo, nome del suo ultimo tour e del suo primo libro.
“Ça ne tient pas la route” è il primo brano che inizia a vibrare tra il pubblico in devozione verso il palco di luci calde, tra il rosso del divano sul quale FLO leggerà le sue storie di intermezzo tra un brano e l’altro, la sagoma fluttuante di una sirena illuminata e l’iconico abito a strisce gialle e nere che abbraccia tutto dal background della scenografia, un omaggio a D’amore e di altre cose irreversibili, il primo album.
“Vulìo”, “Ad ogni femmina un marito”, due brani dell’album Il mese del rosario precedono la riflessione che la cantautrice fa sul ruolo delle donne nella sua vita conosciute durante l’infanzia e l’adolescenza, spesso risucchiate dai canoni stretti della donna casalinga e dedita ai figli fino a scomparire, tanto da giudicare male, per tali bias di ruoli, le stesse altre donne che scelgono un approccio diverso alla vita, un approccio libero. E un particolare focus va a sua nonna Antonietta, donna di vecchio stampo, classe 1921, ma per certi versi un’outsider, forte sostenitrice del mantra: «’E figlie nun so ‘e chi ‘e ffà, ma ‘e chi se li cresce!», seguita dal brano “Furtunata”.
Un’altra parentesi è dedicata all’adolescenza, all’istruzione, alla cultura, al dolore: Fabrizio De André e Caetano Veloso sono riportati sul palco del Trianon Viviani dalle cover di Dolcenera e Cucurrucucù Paloma. Con “Maddalena”, “La Gaviota”, “Accussì” e “Amara”, tra il Sud America, il ballo, la risata e l’amarezza, si arriva a parlare di Napoli. «Capii che Napoli ti si incollava addosso», racconta FLO in riferimento alla sua infanzia alla scoperta della «disarmonia urbana» caratteristica di questa città e, soprattutto, del fervente periodo nel quale la cantante l’ha vissuta: il periodo della triade di Pino Daniele, Massimo Troisi e Diego Armando Maradona, il periodo dello scudetto del Napoli e dei 99 Posse, con i quali si poteva ballare per estendere le proprie lotte. Il grande punto e virgola posto alla fine di questo momento narrativo è posto da un’immensa interpretazione del classico napoletano “Era de maggio”.
«Quando l’ho incontrato ho sentito che anche se non avevamo cambiato il mondo con le canzoni, c’è chi è riuscito a restare fedele un ideale, a non tradire mai e per me questa è la cosa più importante che si possa fare con la musica», così FLO preannuncia sul palco ‘O Zulù, Luca Persico, la voce nota dei 99 Posse, da quasi trent’anni rigurgito antifascista, difensore di minoranze, cantante della rabbia di classe.
Con “Quello che” e “Giuvanne Palestina”, FLO e ‘O Zulù mettono sul palco ciò che non si può né si deve ignorare: la sofferenza dei popoli vittime di violenza quotidiana da decenni, esattamente ciò che sta avendo luogo, ancora, in Palestina per mano dei coloni israeliani.
Lo spettacolo si conclude con l’esecuzione di “Presentimento” e “Para que tu me oigas”: il primo brano è una dolcissima dedica all’amore e alla perpetua scoperta di questo sentimento e di sé stessi/e; il secondo, un tumulto di felicità e voci e mani che battevano al ritmo della gioia che un’artista come FLO riesce a generare e a far crescere durante i suoi brani e i suoi live.
Il presentimento, una volta chiuso il sipario, è quello di aver percorso un tunnel di guarigione, un tunnel colorato e accogliente, ma anche ripido e scivoloso, dove liberare le proprie emozioni, fermarsi ad ascoltare una moltitudine di storie e riconoscersi, sorprendersi, guardare agli errori e alle fortune della vita, sentirsi vivi e vive e aspettare che un’esperienza del genere si ripeta al più presto.
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