
Il settore dell’audiovisivo s’inserisce in quella meravigliosa intercapedine che esiste tra cultura ed economia, rappresentando di fatto un unicum legislativo. Perfettamente a metà tra l’agitazione del mercato e l’interpretazione del cinema in quanto arte vera e propria, il settore audiovisivo, in nome del principio della cosiddetta eccezione culturale, è l’unico ambito in cui gli Stati europei sono tenuti a intervenire per valorizzare e promuovere il bene cinematografico in ogni sua forma. Eppure si sa: ogni aiuto da parte dello Stato risponde, in qualche modo, a una precisa linea politica e l’Italia non è da meno.
Dopo un breve excursus sulla storia dei contributi nazionali del cinema e degli strumenti messi a disposizione dallo Stato, vedremo come si è evoluta la situazione nell’ultimo anno con il Fondo Cinema 2026.
Sin dagli anni ’60, con la promulgazione della Legge Corona (n.1213, 11/65), l’Italia si è impegnata a riconoscere il cinema italiano non solo in quanto forma d’arte, ma soprattutto come industria da promuovere e su cui investire. L’assenza di un apparato industriale equiparabile a quello statunitense, tuttavia, ha spesso impedito alle piccole produzioni di sopravvivere in un mercato altamente competitivo come quello cinematografico, ragion per cui l’allora Ministro Achille Corona decise di istituire, con tale legge (conosciuta anche come Legge Cinema), il primo Fondo italiano per l’audiovisivo: una forma di intervento statale di sostegno economico destinato ad aiutare ogni aspetto della filiera, a partire dalla produzione fino alla distribuzione e l’esercizio.
Nel 2004, sotto il Governo Berlusconi II, l’ambito cinematografico fu nuovamente rinnovato con il Decreto Urbani, che introdusse nuovi aiuti per i produttori, il riconoscimento della nazionalità italiana e dell’interesse culturale, l’istituzione di una Commissione di cinematografia e i premi di qualità.
Dodici anni dopo, il 14 novembre 2016, venne promulgata la Legge n.220, “Disciplina del Cinema e dell’Audiovisivo”, nota anche come “Legge Franceschini” dal nome del Ministro. Fu un intervento atteso da tempo, che allargò il perimetro d’intervento, diede una nuova definizione di opera audiovisiva e istituì il Fondo. Rivoluzionaria nel suo aver incluso, al di là dell’opera cinematografica, anche le serie televisive e i videogiochi, la Legge 220 è una pietra miliare del mondo dell’audiovisivo italiano e degli aiuti pubblici, tanto che ancora oggi fa sentire la sua importanza.
Tralasciando le risorse sovranazionali come i progetti Europa Creativa ed Euroimages, attualmente gli strumenti di finanziamento pubblico del settore audiovisivo a cui un produttore o un distributore può far ricorso sono diversi, in continuo mutamento.
I contributi selettivi (art. 26 della legge) prevedono l’emanazione di un bando annuale e della valutazione da parte di una Commissione, la quale terrà conto del valore culturale dell’opera, dell’originalità della sceneggiatura e delle scelte registiche, della sua sostenibilità in termini economico-finanziari e della presenza di donne nel cast davanti e dietro la cinepresa. In base alla tipologia di opera – cinematografica, d’animazione, opera prima e seconda, di giovani registi o che pone al centro una figura storica italiana di particolare importanza – cambia l’importo del contributo.
I contributi automatici (artt. 23, 24 e 25) sono uno strumento innovativo, privo di selezione tramite bando, che guarda ai risultati conseguiti dalle opere cinematografiche nel passato. Tengono conto dei risultati in termini di valore economico, artistico e culturale.
Il Tax Credit, ancora, è un meccanismo di natura automatica, forse il più importante in termini di volume economico e di utilità. Consiste in uno sgravio fiscale che si può ottenere su contributi quali IRES, IRPEF, IRAP e IVA, con aliquote variabili.
Infine, ogni Regione italiana mette a disposizione un Fondo per il cinema, a cui le produzioni possono accedere in base a criteri più o meno stringenti; come, per esempio, l’obbligo di avere sede legale della propria impresa nella regione per cui si richiede il contributo.
Uno scenario come quello appena tracciato è certamente indicativo: l’Italia investe nel suo cinema, l’ha sempre fatto, eppure nell’ultimo anno qualcosa ha cominciato a cambiare. Non è una novità per un settore come quello cinematografico, che si erge sull’instabilità e il rischio, ma è interessante osservare alcune scelte di governo prese negli ultimi mesi. Innanzitutto, un ritardo oramai strutturale da parte della Direzione Generale Cinema nella pubblicazione del decreto di riparto del Fondo Cinema: un problema difficile da ignorare per le produzioni che, pur cercando di sostenersi con fonti private, attendono la pubblicazione dei bandi di accesso ai contributi.
Quest’anno abbiamo potuto osservare come, sin dalle bozze del decreto, vi fossero alcuni dilemmi. Innanzitutto un aumento notevole, del 138%, del Tax Credit Internazionale, destinato alle produzioni estere che decidono di girare in Italia: sintomo di un’apertura, certo, ma anche di un cambio di direzione da parte del Governo, che, per quanto protezionista sulla carta, guarda sempre più agli altri paesi e meno in casa propria. Questo, ovviamente, a discapito delle produzioni nostrane.
A seguire, i tagli ai contributi selettivi – che sono stati letteralmente dimezzati, con una diminuzione del 54% – e l’azzeramento dei contributi automatici, che per quest’anno non saranno erogati.
Tra una burocrazia sempre più complessa, ritardi dei bandi e incertezza complessiva, il Governo non ha saputo tirarsi fuori dalle polemiche nemmeno per il settore cinematografico e audiovisivo, con scelte viste dai produttori come fuori luogo e prese a discapito delle produzioni nazionali. Il tutto senza una vera e propria strategia. Si parla molto in termini quantitativi, poco di qualità e valore dell’opera, ed è ciò che più preoccupa il settore: che il cinema perda quello che lo rende arte per trasformarsi nell’ennesimo cavillo burocratico.
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