
Parliamo del mondo della Sartoria Napoletana, e a tal proposito è impensabile non nominare la sartoria “Formosa”, di Gennaro Formosa, imprenditore e appassionato di questo settore. Quest’ultimo, attraverso i suoi racconti, ci ha portato con lui nel suo universo sartoriale.
«La sartoria nasce nel 1965, tutto prende vita grazie a mio padre. Inizia a lavorare ad otto anni, ed e così che dà il via alla sua carriera da artigiano, arrivando fino ai grandi nomi della clientela internazionale.
Mio padre non voleva che intraprendessi la sua strada perché la reputava sacrificata, complessa, quindi pretendeva fortemente che io studiassi. Dopo aver lavorato per anni come responsabile amministrativo in un’azienda farmaceutica, capisco che questo tipo di lavoro monotono mi annoiava e quindi decisi di intraprendere l’attività di mio padre, ovviamente da imprenditore e non da sarto. In particolare, mi occupo di consigliare il cliente, gestisco la produzione, le vendite, e le pubbliche relazioni».
«C’è stata sicuramente un’evoluzione, grazie alle nuove tecnologie, sia per quanto riguarda i tessuti, che per la produzione. Ci sono poche sartorie che producono capi come si faceva sessant’anni fa, e quel tipo di capo è riconosciuto in tutto il mondo come “capo della sartoria napoletana”. Quest’ultima ha delle caratteristiche ben precise, la giacca a differenza di quelle tradizionali inglesi è meno strutturata e possiede tele molto più morbide. Noi siamo leader mondiali, in particolare la giacca napoletana è cucita tutta a mano ed è morbida internamente rispetto alla struttura interna utilizzata negli altri paesi che risulta molto più rigida».
«Per produrre una giacca ci vogliono tra le 40-50 ore lavorative. Si è ovviamente cercato di industrializzare il processo produttivo, rendendo alcune fasi di lavorazione “macchinabili”, però comunque noi prediligiamo il lavoro a mano, ed e ciò che ci contraddistingue».
«Quando riesce a stabilire un equilibrio fondato su tre concetti: capire cosa vuole il cliente, capire i limiti fisici del cliente e trasmettere un’identità sartoriale forte. Quando si riescono a mediare questi tre concetti, quando il consumatore risulta soddisfatto, puoi definirti bravo».
«Assolutamente sì, anche se si guarda l’aspetto economico.
Un ragazzo volenteroso che si cimenta in quest’attività e per imparare affianca un sarto per tre anni, può diventare produttivo per una sartoria. Non è complesso lavorare in questo settore, ovviamente come tutti gli altri lavori, ci sono ruoli principali e ruoli secondari, ma che hanno comunque importanza primaria. È opportuno accumulare molta esperienza e manualità, soprattutto per velocizzare il lavoro.
Questa è una professione che ti gratifica, un buon sarto è riconosciuto in tutto il mondo. In Asia ad esempio nei confronti dell’artigiano che ha una tradizione decennale, si porta un grande rispetto e ammirazione.
Io a differenza di mio padre, ho fatto un grosso salto generazionale. Ho scelto di dare spazio ai giovani, quindi coloro che mi affiancano attualmente saranno i miei futuri sarti».
«Spero che mia figlia intraprenda la mia strada, già sta seguendo un po’ le mie orme. Dovrà poi decidere che ruolo svolgere ma io spero che decida di sporcarsi le mani perché differentemente da anni fa, ad oggi vieni lodato e riconosciuto. Infine credo che essere appassionati, caparbi e volenterosi sia la chiave per ottenere ottimi risultati».
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