
Durante la 59esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, la relatrice speciale Francesca Albanese ha acceso i riflettori sulla drammatica situazione nei territori palestinesi occupati da Israele. Nel suo rapporto, From Economy of Occupation to Economy of Genocide, Albanese analizza l’evoluzione dell’occupazione israeliana in Palestina, definendola un progetto coloniale sostenuto da un vasto apparato economico-industriale. Secondo il documento, l’occupazione non è solo il risultato di una realtà militare e politica, ma anche di un modello economico redditizio che ha progressivamente alimentato un sistema di apartheid e violenza, fino a raggiungere la cosiddetta «economia del genocidio».
Il rapporto evidenzia come l’occupazione israeliana si regga su una rete articolata di settori strategici, dall’industria bellica alla tecnologia avanzata, fino alla finanza e al mondo accademico. Aziende israeliane e multinazionali di rilievo, tra cui Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI), Lockheed Martin, Leonardo S.p.A., Google, Microsoft, Amazon e IBM, forniscono strumenti, tecnologie e supporto logistico fondamentali per il mantenimento del controllo sui territori palestinesi. Le loro attività includono la produzione e la distribuzione di armamenti, lo sviluppo di droni da guerra, l’implementazione di sistemi di sorveglianza biometrica, l’uso di intelligenza artificiale per analisi predittive e l’offerta di servizi cloud, come nel caso del progetto Nimbus.
Grandi aziende multinazionali come Caterpillar, Volvo, Doosan e HD Hyundai forniscono macchinari pesanti (come escavatori e bulldozer) funzionali alla demolizione delle abitazioni palestinesi. Parallelamente, la Construcciones Auxiliar de Ferrocarriles (CAF) ha ottenuto l’appalto per l’ampliamento della rete ferroviaria che collega le colonie israeliane con Gerusalemme Ovest, attraverso il prolungamento della Light Rail Red Line e la realizzazione della nuova Green Line. A supporto delle infrastrutture, la società Heidelberg Materials estrae risorse dalla cava di Nahal Raba, situata nei territori occupati, contribuendo materialmente all’espansione degli insediamenti. Il ciclo si completa con l’intervento di soggetti come l’agenzia immobiliare Keller Williams Realty e le piattaforme turistiche Booking e Airbnb, che promuovono la vendita o l’affitto delle nuove abitazioni a cittadini israeliani e acquirenti internazionali, in particolare provenienti da Stati Uniti e Canada.
Le università israeliane, in particolare le facoltà di giurisprudenza, i dipartimenti di archeologia e quelli di studi sul Medio Oriente, rappresentano un fulcro fondamentale nella costruzione ideologica del genocidio palestinese. Fabbricando e proponendo specifiche narrazioni, esse contribuiscono a cancellare la storia palestinese e a giustificare l’occupazione militare. Questo meccanismo alimenta un consenso interno e internazionale che sostiene lo status quo e vede l’azione israeliana come una legittima impresa. Parallelamente, i dipartimenti di scienza e tecnologia nelle stesse università svolgono un ruolo attivo nello sviluppo di strumenti militari e di sorveglianza. Aziende israeliane come Elbit Systems e Israel Aerospace Industries (IAI) collaborano strettamente con centri di ricerca universitari, producendo droni, tecnologie per il riconoscimento facciale, sistemi di controllo delle folle e armi per le cosiddette «uccisioni mirate».
Non si tratta di un fenomeno circoscritto alle Università di Israele. Università prestigiose a livello globale collaborano con istituzioni israeliane e aziende militari. Il Massachusetts Institute of Technology (MIT), ad esempio, è finanziato dal Ministero della Difesa israeliano (IMOD), l’unico esercito straniero a sostenere economicamente la ricerca del prestigioso ateneo americano. I progetti finanziati comprendono lo sviluppo di sciami di droni utilizzati nell’assalto su Gaza nel 2023, tecnologie di sorveglianza subacquea e algoritmi per il tracking. Dal 2017 al 2025, Elbit Systems ha inoltre finanziato l’adesione del MIT al programma Industrial Liaison, ottenendo accesso diretto alle ricerche e alle risorse umane.
In Europa, dal 2014 il programma Horizon Europe ha erogato più di 2,12 miliardi di euro a entità israeliane, tra cui il Ministero della Difesa. La Technische Universität München (TUM) ha ricevuto quasi 200 milioni di euro di fondi Horizon, con oltre 11 milioni destinati a progetti con partner israeliani, molte volte legati ad aziende militari e tecnologiche come Israel Aerospace Industries e IBM Israel, implicate nella gestione di sistemi di sorveglianza e nel controllo della popolazione palestinese. Anche nel Regno Unito, l’Università di Edimburgo investe cifre ingenti in colossi tecnologici come Alphabet, Amazon, Microsoft e IBM, aziende chiave nell’apparato di sorveglianza israeliano. Queste collaborazioni includono anche laboratori congiunti con aziende come Leonardo S.p.A. e università israeliane, impegnati in ricerche sull’intelligenza artificiale direttamente connesse alle operazioni militari.
Le azioni di Israele e la collaborazione delle istituzioni e aziende sovracitate hanno portato a gravi conseguenze per la popolazione palestinese: restrizioni sull’accesso alle risorse essenziali come acqua, elettricità e carburante, distruzione di infrastrutture sanitarie, scuole e abitazioni, oltre a una crisi agricola e alimentare dovuta alla perdita di terre e all’espansione coloniale. A Gaza, Mekorot, la compagnia idrica nazionale di Israele, fornisce solo il 22% dell’acqua necessaria, mentre la centrale elettrica locale funziona al 10-20% della capacità, causando un collasso delle strutture vitali e un’impennata di malattie come la poliomielite. Nel contesto del diritto internazionale, emergono sempre più chiare responsabilità legali per le aziende e gli Stati coinvolti. La Direttiva CSDDD, entrata in vigore nell’Unione Europea nel 2024, obbliga le imprese a prevenire, identificare e porre rimedio ai rischi legati ai diritti umani nelle proprie attività, rendendo quindi perseguibile la complicità nelle violazioni.
Storicamente, casi come quello del gruppo IG Farben ai tempi di Norimberga hanno posto precedenti giuridici su cui si basano oggi le richieste di responsabilità per le imprese coinvolte nelle violazioni dei diritti umani. Il report invita a un cambio di rotta radicale: sospendere immediatamente il commercio di armi con Israele, imporre un embargo totale, pagare risarcimenti al popolo palestinese e aderire alle decisioni della Corte Internazionale di Giustizia, che ha dichiarato illegale la presenza israeliana nei territori palestinesi occupati.
Il governo degli Stati Uniti ha annunciato la volontà di imporre sanzioni contro Francesca Albanese, accusandola di aver posto alla gogna funzionari, aziende e dirigenti statunitensi e israeliani. Il presidente del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, l’ambasciatore svizzero Jürg Lauber, ha condannato la decisione e ha ribadito che tutti gli Stati membri hanno il dovere di cooperare con i relatori speciali, senza intimidazioni o ritorsioni. Anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Tuerk, ha chiesto ufficialmente la revoca immediata del provvedimento. Albanese, la prima donna a ricoprire questo incarico, è da tempo oggetto di campagne diffamatorie per le sue ripetute denunce riguardo ai crimini compiuti da Israele. Il governo Meloni non ha espresso alcuna difesa pubblica in favore della giurista italiana. La deputata Elly Schlein ha definito il silenzio del governo Meloni «imbarazzante» e «complice» del «piano criminale di Netanyahu» ai danni dei civili palestinesi.
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