
Francesco Russo non ha scelto la recitazione: l’ha respirata sin da bambino, calpestando le assi del palco quando ancora giocava con i giocattoli. A cinque anni era già Peppiniello in “Miseria e Nobiltà”, e da allora il teatro è diventato la sua casa. Da Santa Maria Capua Vetere a Roma, passando per il Teatro Garibaldi e l’Accademia, il suo percorso è stato segnato dalla voglia di sperimentare, di calarsi in ruoli sempre diversi, di respirare il set.
Il cinema lo ha accolto quasi per caso con “Zio Gianni”, ma è sul palcoscenico che ha affinato il suo mestiere. Alla fine è arrivato “M – Il Figlio del Secolo” e la chiamata di Joe Wright. Vestire i panni di Cesare Rossi, braccio destro di Mussolini, significava immergersi nella storia, scavare nei gesti e nelle parole di un uomo che operava nell’ombra del potere. «Si percepiva un’aria diversa su quel set. C’era una libertà creativa molto forte. Era un tipo di lavoro molto preciso, ma anche molto creativo, inventivo, sentimentale. Io non ho mai visto fare cose del genere a un regista: creava la giornata lavorativa, non finiva semplicemente la giornata» ci racconta Russo. La preparazione per il ruolo è stata meticolosa. Ha studiato documenti, autobiografie e persino l’andamento della lingua del personaggio, evitando un toscano troppo scolastico. «Cesare Rossi è vissuto in Toscana fino ai 10 anni, dai 10 ai 13 ha vissuto con uno zio abruzzese, dai 14 ai 18 è stato a Roma, dopodiché si è trasferito a Milano. Quindi ho sempre pensato che fosse un errore fare un dialetto toscano puro, filologico» continua l’attore, che ha lavorato fianco a fianco con Luca Marinelli, costruendo un’intesa spontanea: «Io e Luca non ci conoscevamo. Non abbiamo mai provato tanto prima di andare sul set, provavamo direttamente sul set insieme a Joe Wright». Gli capitava spesso di aiutarlo a memorizzare i comizi, come avrebbe fatto proprio “Cesarino” con Mussolini: «Quel tipo di postura ce la siamo riportati sul set».

Russo ha anche riflettuto sulla percezione della recitazione e del realismo nella serie: «Chi rimane spiazzato dalla rottura della quarta parete, non ha cultura cinematografica». E sulle critiche alla recitazione definita troppo caricaturale: «È una scelta artistica che si basa anche su un’interpretazione della ricostruzione storica. Non è che io voglio avere la medaglia per aver fatto una ricostruzione storica giusta. Dico però che si è partiti dal materiale che si aveva, e poi su quello è ovvio che ci sia un’interpretazione artistica, ma che non si tratta di una falsificazione storica». Secondo Russo, il pubblico ha un’idea preconfezionata di realismo che spesso si discosta dalla realtà storica e dalla sua rappresentazione: «La caricaturalità o il grottesco è spesso dovuto da un appiattimento dell’orecchio dello spettatore, abituato a sentire voci sussurrate e a guardare sguardi intensi a filo della macchina da presa, ma per me quello è grottesco in realtà». Anche la ricerca storica è stata fondamentale per la sua interpretazione di Cesare Rossi. «Mi sono immerso nelle sue autobiografie, in una sua monografia. L’adulazione che lui aveva per il Duce nonostante tutto è una cosa che ho percepito dai libri. Ho percepito anche uno sguardo ironico: le superstizioni di Mussolini oppure le critiche al vestiario delle persone». Persino la postura e i movimenti del personaggio sono stati studiati nei minimi dettagli: «Uscire dalle porte, entrare da dietro le tende, aprire le tende, stare sotto il tavolo o dietro le spalle di Mussolini. Sono tutti movimenti per dare quel senso del politico che si muove dietro le quinte».
Ma il cuore del suo mestiere rimane sempre quello: cercare la verità nei personaggi, per restituire qualcosa di autentico. «Io ho bisogno di recitare, di trovare linguaggi. Ma non ho un dogma sulla recitazione: non credo ci sia il modo di recitare bene e recitare male, non so cosa significhi. Alle volte mi annoio a vedere delle cose che le persone dicono che sono recitate bene». E forse proprio per questo Francesco Russo non si chiede se il pubblico lo consideri bravo o meno. Lui, semplicemente, non sa fare altro che recitare.
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