
L’annuncio di Franco Di Mare è arrivato all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno: il giornalista si è infatti ammalato di mesotelioma, un tumore dovuto alla respirazione di particelle di amianto, probabilmente contratto nel corso delle sue missioni in Jugoslavia. Ma al di là della malattia, ciò che è più sconcertante è il totale abbandono da parte di quella che in molti definiscono una casa: la RAI.
La notizia è arrivata per la prima volta sugli schermi di Che Tempo Che Fa. Il programma di Fabio Fazio ha accolto Franco Di Mare in collegamento, apparso per la prima volta con un respiratore artificiale; lì, il giornalista ha dichiarato di aver ricevuto la diagnosi poco meno di quattro anni fa, aggravandosi nell’ultimo periodo. Con essa, tuttavia, è arrivata un’altra confessione: quella legata alla delusione nei confronti dei vertici RAI – e non solo attuali – che sono completamente spariti nonostante tutti gli anni trascorsi sulla rete, anche da dirigente.
In un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Quando mi sono ammalato ho chiesto di avere lo stato di servizio, con l’elenco delle missioni, per supportare la diagnosi. Ho mandato almeno 10 mail, dall’ad al capo del personale. Nessuna risposta. Con alcuni prendevo il caffè ogni mattina. Ero un dirigente come loro, direttore ad interim di RaiTre. Gli ho scritto messaggi sul cellulare chiamandoli per nome: “Ho una malattia terminale”. Mi hanno ignorato. Ripugnante, dovrebbero vergognarsi».
Nel pieno di una bufera mediatica senza precedenti, tra personalità che se ne vanno di propria spontanea volontà e altre che vengono velatamente accompagnate all’uscita, la RAI mostra per l’ennesima volta la propria reale essenza. Stavolta, tuttavia, gli indirizzi politici dei vertici c’entrano ben poco. Che siano di destra o di sinistra, di centro o di qualunque schieramento ci siamo ritrovati in Italia negli ultimi decenni, qui a mancare è l’umanità: un principio, questo, che dovrebbe essere il cardine attorno al quale ruota l’intera professione del giornalista. Se questa è assente persino nei confronti di quello che è stato collega e amico, che ha dedicato buona parte della propria carriera al servizio pubblico, possiamo aspettarci di meglio verso chiunque altro?
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