
C’è un’urgenza che attraversa il progetto di Frasla e non ha nulla di decorativo. È un’urgenza che riguarda il modo in cui si sta dentro la musica oggi, il tempo che le si concede, lo spazio che le si riconosce. Con il primo singolo “Colmiocane”, la cantautrice casertana ha scelto una forma diretta, battente, quasi ostinata. Dentro c’è una lotta che non è solo sentimentale, è mentale. La distanza come condizione per funzionare, il bisogno di separarsi per restare integri. Non è un manifesto generazionale gridato, è un ragionamento in musica che si muove su una tensione costante.
Ha studiato canto jazz tra i conservatori di Benevento e Salerno, dove l’incontro con i suoi maestri è stato propedeutico ad allargare l’orizzonte degli ascolti. L’attitudine punk resta sotto traccia, anche quando la forma cambia. Frasla lo riconosce senza costruirci sopra una mitologia: è cresciuta con un certo tipo di energia e quel grunge riaffiora, anche involontariamente. Ma il progetto non si esaurisce nell’impatto. “Ancu“, uscito ieri, è l’altra faccia del percorso. È più acustico, più intimo, più introspettivo, più lento. Qui la spinta non è nella continuità del ritmo ma nella sospensione, nei vuoti che diventano significato. È l’unico brano che accetta l’etichetta di canzone d’amore, pur con una certa riluttanza. In generale, le idee di arrangiamento nascono in solitaria, su GarageBand: pianoforti virtuali e chitarre pensate già con un mood preciso. La registrazione dei primi brani avviene da Tilldeaf Studio, realtà del territorio: comunicazione, fiducia, nessuna fretta.

Possiamo dirvi che arriverà anche un terzo brano, ” Elicotteri “. Tra questi brani si intravede un filo conduttore che non è solo stilistico. Alcuni ascoltatori le hanno detto che i brani suonano più vicini di quanto lei stessa percepisca. Forse perché al centro non c’è il genere ma la postura: una ricerca di libertà che non si limita alla città o al contesto, ma tocca la dimensione interiore. «Non dico che Caserta non mi piace. Dico invece che non mi sento libera io, vorrei evadere».
Il discorso musicale si intreccia inevitabilmente con quello sociale. Frasla osserva una scena in cui gli spazi sono pochi, ma il problema non si esaurisce nella mancanza di palchi. «Prima degli spazi manca la mentalità». Esistono realtà che provano a costruire occasioni, ma la risposta del pubblico è spesso tiepida, prevedibile. «Magari devono già avere la certezza che tu sia tizio… ma non è nemmeno detto che poi ti prestino attenzione».
Nel frattempo insegna in accademie canto a bambini e adulti, costruendo lezioni su misura, attente all’ansia e all’autostima. Vede nei più piccoli la “schiavitù” dei trenta secondi virali, l’incapacità di ascoltare una canzone intera. Qui il tema non è la nostalgia per un passato analogico, ma la velocità. «Mi dicono ho imparato questa canzone, ma conoscono quei trenta secondi del ritornello che gira sui social». L’idea che non si senta il bisogno di ascoltare un brano per intero la inquieta più della viralità in sé. Anche rispetto ai meccanismi dell’industria mantiene una distanza vigile. La visibilità rapida può essere utile, ma le logiche che la governano hanno un prezzo. «L’ansia di dire non ho scritto un pezzo da due mesi, si dimenticano di me, è tremenda. Ti frega la creatività». Il rischio è entrare in quelle logiche mentre si scrive, con la chitarra in mano, e non dopo.
“Colmiocane” e “Ancu” non sono opposti, sono due movimenti della stessa traiettoria. Uno più esposto, uno più raccolto. Uno che cammina con passo deciso, l’altro che scava. In entrambi, però, c’è la stessa richiesta: restare nel suono abbastanza a lungo da capire cosa sta dicendo.
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